Sull’armonia

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Arriva il momento in cui il benessere viene posto come problema non più accessorio ma centrale. È un primo passo. Il secondo è intuire che non è “benessere” ciò che compone il benessere, non è cioè una lunga lista di comodità a comporre la piacevolezza del vivere dove si vive e come si vive.
Il benessere è armonia.
Ora io sfido chiunque a riuscire a distinguere sia nella teoria che nella pratica l’armonia interiore da quella esteriore. In realtà se definiamo bene i termini, anche “interiore” ed “esteriore” sono parole monche, ma lasciamo perdere. Armonia è l’accordo delle parti, il “suonare insieme” potremmo dire. Ma la specificazione intrinseca è la direzione che deve avere un “flusso armonico”. Sono profondamente convinto che non esiste, al livello dell’individuo, almeno, un’armonia “statica”, che gode di se stessa. Non esiste, cioè, un’armonia che duri se non va da qualche parte. Ci sono anche picchi di puro godimento dell’esistenza, ovviamente, dovuti a qualsiasi cosa che in un momento crei gioia, per insignificante che possa essere. Ma sono come una palla lanciata in aria, prigionieri di una parabola che li riporta a terra. La vita emotiva umana è molto simile a una palla ostinatamente lanciata in aria e ripresa quando cade. Una sinusoide di frustrazione e appagamento.


Però bisogna capire come questo non sia la “natura umana”. Semplicemente è il punto di partenza. Sta alla responsabilità dell’individuo procedere.
Ci sono vari strumenti, pratici e congnitivi per procedere. Ma in fondo sono e restano strumenti. L’unico metro, l’unico “rilevamento” possibile del raggiunto livello, è la gioia. Meglio l’armonia. In genere io parlo più di serenità che di armonia, perchè è un termine più comprensibile riferito alla propria vita interiore. Ma armonia è più corretto, proprio perchè meno limitato. Perchè meno legato all’interiorità.Voglio combattere un’opinione dannosa e stupida:
dove “finisce” l’individuo?
L’opinione stupida è quella della maggioranza. “l’individuo finisce con la sua pelle”.
Io sostengo che l’individuo finisce dove finiscono le sue azioni e dove le azioni altrui non lo coinvolgono più. Un bel po’ più lontano della propria pelle, insomma.
Quindi, quanto? La propria famiglia? Certamente! I propri amici? Naturalmente. La propria casa? Beh, sì. Il giornalaio, il barista, il parrucchiere, il vicino di treno, la cassiera del super, tutti coloro con cui si entra in contatto? Mmm….io dico di sì.
Ognuno provi a rispondere per sé. Ma io ho avuto giornate storte raddrizzate da un sorriso di uno sconosciuto o dall’occhiata calda di una ragazza per strada. Quindi, io dov’ero? Dove finivo? E loro? Quelle cose erano “dentro”, perchè agivano dentro. Non ne faccio una metafisica, tutt’altro, sono semplici osservazioni.
Osservato che il mio confine è assai più ampio della mia pelle, devo anche osservare come anche i confini altrui spesso includano me o parti di esistenza nelle quali mi ritrovo. Dunque qualunque discorso che parli dell’armonia deve parlare anche di queste contaminazioni. In altre parole, l’uomo non è un termos di emozioni, con una temperatura che è praticamente autonoma rispetto all’esterno.
È come una vasca da bagno, invece, dove i rubinetti alternano acqua fredda e calda. Il tutto si mischia e cerca “armonia”, anche se magari si mantengono sacche più calde o più fredde.
Dunque la vera rivoluzione è davvero lavorare su se stessi, perchè la distinzione tra sé e “altro da sé” è davvero speciosa e semantica, ad un certo livello. Se tu mi dai uno schiaffo, tu soffri quanto me, forse di più. E qui “soffrire” è specificamente la privazione di armonia. Ecco anche il “principio attivo” della non violenza gandhiana. Se io impedisco alla tua violenza di entrarmi dentro, quasi certamente sarà la mia non-violenza ad entrare dentro di te.
Inoltre c’è un altro punto. Armonia è anche libertà di fluire. Nel senso che se l’armonia è il naturale fluire della vita-energia verso un punto più elevato, maggiore è la facilità e la naturalezza di questo flusso e maggiore sarà l’efficienza del processo. Quindi ciò che frena il fluire è di per sé negativo.
Le “chiuse”! Le gabbie! Ci sono una notevole serie di prigioni, tutte mentali, che riducono l’uomo a una “gabbia di pelle”.
L’insieme di queste prigioni si chiama identità o ego.
Cioè il principio di “separazione”, questa sì che è metafisica!, dell’individuo dal resto dell’universo.
È così controintuitivo, stupido e artificioso, il concetto dell’individuo-bolla, che stupisce a volte quanto sia radicato. Certo è la base di partenza. E allora? Chi è che vuole restare poppante per tutta la vita? Chi è che vuole vedere la vita come può vederla un poppante cagone e sbrodolone, e questo per tutta la vita? Eppure è proprio di questo livello la stolidità che permea l’interiorità degli individui. “io sono così, mi piaccio così!”. Provare a controbattere dicendo che sono infelici significa sentirsi dire che “la vita è questa” o che “a me non sembra di stare poi tanto male.”.
Dunque identificare la sofferenza, nominarla, significa sempre trovare una serie di parti dell’interiorità  “impermeabili”, “non osmotiche”. Frugarvi dentro è l’inizio della terapia, la madre di tutti gli imbarazzi. Le mille facce, i mille espedienti, i mille camuffamenti, i trucchi, la disperata ricerca di consenso, di approvazione, di affetto, di contatto. I furti di amore, le bugie, la violenza, la semplice stupidità della chiusura. Fa proprio male, guardarvi dentro. Guardarsi dentro. Ecco il motivo principe della stolidità, della bugia originaria “mi preferisco come sono”, che significa solo “ho paura di cambiare perchè ho paura di vedere come sono stato davvero fino ad ora”.

Il secondo motivo, operativo questo, della difficoltà del cambiamento è l’assenza di strumenti. O meglio, l’assenza di una educazione che ponga l’indagine, l’analisi e l’intervento sulla propria interiorità come una disciplina pratica da apprendere e perfezionare fin da piccoli. Ci insegnano a leggere e analizzare un testo ma non una paura. Ci insegnano, si fa per dire, ad organizzare lo studio di un esame ma non a smascherare le proprie ipocrisie. Non è una cosa difficile, ma certo se date in mano a un tredicenne il programma di un esame universitario e gli dite “studia”, cosa può fare se non fallire? Cosa sono tutti i corsi di “automotivazioni”, di “igiene mentale”, di “pensiero positivo” se non bigini e propedeutiche a tecniche di indagine interiore? Dov’è lo scandalo o la mistica in questo?
Naturalmente i motivi sono chiari, chi si guarda dentro con un briciolo di coraggio, presto scopre di poter rinunciare con sollievo infinito a tutte quelle faticose strutture della ricerca di consenso che la società ci ha imposto, e che spesso passano dal “consumo”. Questo è l’inconfessabile motivo che rende la felicità dei singoli come il più grande pericolo per la società consumista e l’economia di mercato.

Per vari motivi, la ricerca di strumenti interiori è stata più proficua in oriente che in occidente. Niente di male, basta saperlo. Ma torniamo all’armonia.

Insomma, con poca fatica abbiamo trovato i motivi del malessere, la principale terapia, gli strumenti operativi e il percorso. Tutto legato alla maggiore chiusura o apertura dell’individuo.
La difficoltà spesso rimane l’innescare il cambiamento, in primis, e il mantenersi su una strada “utile”, in secundis. La prima è più facile della seconda.
Voglio proporre proprio l’armonia come semplice ricetta-bussola per mantenere la strada. Ci sono mille metodi, tra i quali il principale per me personalmente è la meditazione, per seguire una strada di evoluzione. Ma qualunque metodo si percorra, se il risultato non è un accrescersi dell’armonia (occhio, non necessariamente della gioia!) il metodo è sbagliato. O è sbagliato, più probabilmente, l’approccio. L’armonia è la strada da percorrere, l’onestà sono le scarpe da mettersi ai piedi per percorrerla. Senza verità, onestà, sincerità, assenza di ipocrisia, non c’è né strada, né percorso. Ogni forma di menzogna è una barriera al flusso, un freno tirato, una stanza chiusa.
È violenza, insomma. Perche se io ed altri ci “compenetriamo” nei nostri spazi, strappare via e chiudere una parte di me, oscurarla e nasconderla, è davvero violenza.

La visione della moralità come “apertura” è utile proprio perchè esce da categorie molto connotate e ingombre di significati. E inoltre è descrittiva in maniera perfino spietata. Chi la applica a se stesso si troverà inchiodato al muro delle proprie chiusure.

Con le spalle a questo muro, poi, ognuno per sè stesso deciderà se continuare a macinare alibi o se concedersi almeno la speranza della felicità

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~ di damianorama su settembre 12, 2007.

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