“Il tradimento delle parole”

Le parole possono venir tradite. E possono tradire. Possono essere tradotte, anche nella stessa lingua: concetti complessi possono essere “spacchettati” dal termine che li designa e srotolati, parafrasati. E così facendo possono essere illuminati o offuscati. Il primo è traduzione, il secondo tradimento.

Le parole possono rappresentare idee e concetti impressi così chiaramente e profondamente nell’animo da permettere che avvenga davvero la comunicazione, aldilà di ogni possibile distanza culturale, emotiva, anagrafica. Oppure possono diventare contenitori vuoti pronti ad essere riempite da ogni pregiudizio, dogma, ipocrisia che attraversi le menti di chi le usa.
il primo caso vi è una traduzione, nel secondo un tradimento.
La radice semantica è la stessa, “trado”, non a caso.

Le parole possono tradurre i nostri magmatici movimenti interiori perchè siano comprensibili a noi stessi, in primo luogo e agli altri, in secondo. L’analfabetismo emotivo, di cui tanto parla Garimberti, è proprio l’assenza di strumenti linguistico-emotivi per tradurre la densità del proprio sentire in “oggetti” concettuali manovrabili, analizzabili. Comprensibili, comunicabili. Quando questo succede, ed è una terribile forma di povertà!, si cerca l’approssimazione migliore. Ci si spiega per “esempi”, per semplificazioni. È un tradimento di cui testimonia l’insoddisfazione, l’ansia che a volte prende chi non riesce a spiegarsi.
Non riuscire a “nominare” il magone che ti prende, non riuscire a spiegarlo, a possederlo, a comprenderlo alla fine, crea una vera e propria infelicità. Comprendere, in questo caso, è “accettare”. Gran parte della frustrazione, del dolore, della rabbia, dell’infelicità che le persone nutrono è l’incapacità ad accettare come “reale” quello che accade o quello che ci si trova ad essere. E questa incapacità è discendente in linea diretta da analfabetismo emotivo o da ristrettezza linguistiche. Così le persone spesso dicono “non è giusto”, intendendo “non posso, non voglio accettarlo!”.

Ecco perchè, intuitivamente, nelle società arcaiche alla parola veniva attribuito un valore magico. Perchè hanno davvero un valore “magico”. Ogni parola posseduta allarga un po’ l’interiorità. E dunque anche il valore di una persona, la sua capacità di incidere la realtà, di testimoniare la realtà aumenta con queste. Nome e Nume, parola e dio.

Poi però le parole possono tradire anche chi pensa di tenerle strette in pugno.
Le parole, soprattutto quando ripetute spesso, assurgono a monumenti. Vengono ipostatizzate, marmorizzate. Fermate. Ma poiché niente di vivente può essere fermato, ecco che le parole muoiono in bocca a chi le rende immutabili.
(“Attenti che non vi schiacci una statua!” ammoniva Zarathustra, rimproverando i discepoli che dicevano di “credere in lui”.)

Ecco allora parole come “Patria”, come “Dio”, come “democrazia”, “libertà”, “diritto”.

La ferocia di questa società viene tutta dall’aver imparato così bene a nascondere la propria violenza nelle parole. Dall’aver imparato che se si impoverisce a sufficienza il vocabolario emotivo delle persone, queste poi si reprimono da sole! Tutti resta embrionale, perfino lo scontento.
L’unica cosa che cresce è l’infelicità, poiché l’infelicità è indispensabile a motivare l’economia del superfluo. Anche chi cerca di opporsi, casca negli stessi tranelli, nella stessa povertà.
Oppone parole morte di libertà a parole morte di conformismo. Anche “Libertà” una parola morta, in bocca a chi non sa essere libero.
Spiritualità, è una parola morta. Perchè partire dalle parole rende tutto più difficile, quando l’obiettivo è riuscire a rinunciare alle parole stesse.
Chi è capace di restare sempre concentrato sul significato di una parola, mentre la usa, pronunciandone il “vestito” come una gentile concessione alla convenzione del comunicare?
Questo è davvero un terribile, altissimo, percorso spirituale. Non conosco nessuno che ne sia capace, più che per pochi istanti di ispirata commozione. O di lucido ragionamento.
Non c’è libertà più profonda prima della santità stessa, nè “potere” più grande!, dell’essere libero dalle catene delle parole. Anche rinchiudersi nel silenzio è solo un assedio senza speranza, se le “parole” si annidano nella mente.
Ma come gestire uno strumento che ti rende schiavo sia possedendolo che rifiutandolo?
L’unica soluzione che si intravede nelle vite di coloro che hanno davvero vissuto liberi, è trattare queste “ribelli” come delle serve affezionate, mai ammesse però all’interno della famiglia, del cuore e della mente. Fidandosi di esse, insomma, senza riporvi fede.
Ma la lucidità, la forza, la stessa percezione dell’urgenza di questo compito può venire solo da un compiuto gesto di rinuncia.
La rinuncia significa rinunciare a cercare sé stessi nelle parole.
Detto altrimenti, rinunciare a tutta quella messe di piccole gratificazioni che provengono dalla relazione con altri, gratificazioni di orgoglio, di identità, di paure e sicurezze condivise.
Nella pratica può farlo solo chi non si senta solo.
Non c’è vero allontanamento dagli altri, anzi è il contrario, ma rinunciare a specchiarsi, definirsi, confortarsi nel rapporto con gli altri è la stessa cosa che meditare. Implica la focalizzazione sulla realtà, il costante ed estenuante respingere l’interpretazione e la simulazione che, della realtà, ci da la nostra mente. Interpretazione che trova sponda e cassa di risonanza nel rapporto con chi vede la realtà da una prospettiva simile alla nostra.
Ecco che può succedere che gruppi di coloro che condividano “parole” e prospettive diverse possono finire per trovarsi ad essere reciprocamente incomprensibili come e più che se parlassero una lingua straniera. La presunzione di comprensione diventa un ostacolo insuberabile, ed un insuperabile alimento per il peggiore e più disgregante egocentrismo.

Non ci può essere percorso spirituale, profondità, purezza né in ultimo libertà per chi non abbia rifiutato il tradimento della realtà che le parole insinuano in ogni gesto e in ogni pensiero:
il tradimento di credere a ciò che le parole rappresentano.

Ma il percorso di verità, perchè di questo si tratta, è anche un percorso, una lotta!, di liberazione. Un percorso che si snoda parallelo tanto negli anfratti della nostra educazione quanto nelle battaglie sociali e politiche. I pochi “partigiani delle parole” sono strettamente asserragliati sulle cime delle montagne della cultura, sotto costante attacco, al giorno d’oggi. La lotta di liberazione è combattuta da pochi operatori, insegnanti, poeti e scrittori, che sfogliano l’infinita ricchezza delle parole trovando proprio in questo regno di sfumature la più concreta, sovversiva libertà dal potere terribile che distorce le vite di chi non sa proteggersi.

“ho pensato spesso che sarebbe preferibile sostituire al governo, ad ogni governo, una libreria (…)”
(Iosif Brodskj)

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~ di damianorama su ottobre 12, 2007.

2 Risposte to ““Il tradimento delle parole””

  1. “Rinunciare a cercare sé stessi nelle parole.” Tutto il contrario! Noi siamo strettamente legati alla nostra funzione di linguaggio: è il mondo moderno ad averci preconfezionato parole vuote senza significato, parole che non hanno niente a che vedere col nostro mondo, parole che noi ripetiamo senza capire davvero che legame abbiano con la nostra realtà interiore. Orwell diceva “Ogni azione, pensiero, sentimento umano viene alla luce nel linguaggio, inteso come dimensione privilegiata, dell’ interiorizzazione e dell’ esteriorizzazione coscienziale, della comunicazione, dimensione che ci accompagna in ogni istante della vita. Porsi la domanda sul linguaggio, è il primo passo per comprendere il mondo umano, così ricco e nello stesso tempo così complesso”. Il Grande Fratello aveva messo in piedi una “macchina fatta da uomini” in grado di cancellare le parole, ridurre il vocabolario in una serie di cose prive di un reale attaccamento alla nostra storia, al nostro conscio, al nostro retroterra culturale: abolendo le parole aveva abolito la libertà dell’uomo di rappresentarsi come individuo singolo e distinto da altri individui.

    Per quanto possa non essere condivisibile per altre cose, Marx ha affrontato l’argomento dicendo “Il linguaggio è antico quanto la coscienza, il linguaggio è la coscienza reale, pratica che esiste per gli altri uomini e che dunque é la sola esistente per me stesso, e il linguaggio, come la coscienza, sorge dal bisogno, dalla necessità di rapporti con altri uomini”.

    Il linguaggio è un luogo di assoluto privilegio per lo sviluppo della ragione, è l’essenza stessa della formazione di un uomo: incarna, nella sua volatilità inafferrabile, la ragione, nella sua interezza, essere profonda ed essere limitata.

    Da qualche tempo c’è in atto un vero massacro al vocabolario: non inventiamo più parole nuove che parlino di noi, mai una parola che traduca il passaggio da sentimento ad emozione, ma solo parole senza nessuna reale utilità interiore: mezzobusto, cerchiobottismo, par condicio, troppismo, peterpaneggiare, tronista, letterina e velina, paesanottismo, cosmocrati, rifofare, riciclandia, bypassare, carinissimo, vaffanculismo… abbiamo cambiato l’essenza stessa dell’estetica con l’abuso di un vuoto “checcarino!”: abbiamo abbattuto anche il giudizio.

    In un articolo, non ricordo dove, dicevo “Il nostro è un mondo fatto di rimozioni: rimozione dell’uomo stesso attraverso le cose del mondo ed i suoi codici, dove il linguaggio dell’uomo muore ucciso dal linguaggio delle cose, senza che queste significhino altro aldilà della vuota cosa”. Ed è esattamente così: le parole adesso non sono altro che cadaveri a rappresentare il nulla, scisse da noi come se non ci appartenessero.
    Dove il pensiero è già preconfezionato (per usare ancora un termine che piace ai tecnici moderni), dove non c’è più la ricerca del percorso tra idea-simbolo-segno, c’è solo decontestualizzazione (vedi che brutto? Meglio “scarnificazione”) del messaggio, “spersonalizzazione”: chi parla non sa, non sa più, non conosce… diventa solo portatore di opinione.

    La vera sfida dell’uomo moderno è riappropriarsi delle parole, interiorizzarle e riuscire a ricreare quel legame tra sé ed il mondo delle parole. Ho letto un’intervista di Galimberti che parlava di disagio dei giovani, di nichilismo, facendolo risalire anche ad un certo “analfabetismo emotivo”: non sapere tradurre il proprio sentimento con le parole. Questa è la vera sfida: il linguaggio dei ragazzi di oggi è un insieme di convenzioni senza possibilità di uscirne, scrivono per abbreviazioni… e parlano anche per abbreviazioni!
    Dobbiamo riprenderci il tempo, lo spazio ed il linguaggio, perché abbiamo sacrificato tutto in nome della rapidità: le faccine (emoticons! Si chiamano e-mo-ti-cons!), le abbreviazioni, gli sms (160 caratteri per dire tutto ed il contrario di tutto: una summa del nostro pensiero in trenta parole), le email usa e getta, l’esaltazione dello sfogo (niente di diverso da conati più… fisici! Oggi non esprimiamo sentimenti, li vomitiamo) e della (finta) manifestazione di libertà, fino al linguaggio degli squilli! Viviamo in una diabolica macchina che ci impedisce di pensare, di prendere una pausa, di elaborare un pensiero secondo un percorso personale e darle vita secondo un linguaggio magari pieno di errori ma almeno vivo e vibrante di vita individuale.

    Stiamo diventando una collettività, nel nostro intimo. Perdiamo identità, perché l’identità è nel nostro linguaggio, nelle parole che usiamo, nella realtà che esprimiamo. “I limiti del linguaggio sono i limiti del mio mondo”, lo diceva Wittengenstein…

    e non sono io stesso un ossimoro, che riporto a iosa frasi altrui parlando di libertà di espressione?

    Capisci quanto si fa dura combattere?

  2. ciao! parti in quarta ma in realtà siamo d’accordo, sai?
    quando parlo di sfiducia, intendo una sfiducia di tipo teoretico, innervata di esistenza e che prende l’esistenza stessa a principio ermeneutico del linguaggio.

    se vogliamo, mi piace il Wittgenstein più “mistico” (occhio, eh?) quello che sostiene meravigliosamente che “etica, linguaggio e mondo sono coincidenti”.

    ora per salire di livello, bisogna davvero rinunciare a cercare se stessi nelle “parole”. Nelle parole monche, zoppe, false, irreggimentate, puoi trovare solo un essere limitato e infelice. Chi si “cerca” nella parola “Patria” o “Dio”, di certo non si trova!
    non cercarsi nelle “parole” non è la stessa cosa che non cercarsi nel “linguaggio”, ok?

    ma in fondo, però, attento: arrivano momenti in cui la “crescita” prosegue nel “silenzio”.
    la filosofia occidentale deve abbassare un po’ la cresta e cominciare a praticare quella rigorosità analitica che tanto predica!

    l’esistenza, la realtà, è concreta come un pugno nel naso…se uno accetta di uscire dal proprio castello-prigione di razionalità per sperimentarla. Ma è un incontro “d’amore”, dunque è richiesta l’apertura, l’umiltà e forse anche un’armonia che è già spiritualità.
    un’armonia che non sente più il bisogno dell’analitica trascendentale e che, senza scherno, sorride della mortale serietà con cui da noi viene affrontata e sminuzzata ogni questione…e poi ognuno prosegue come prima!

    questa è la follia arrogante e infantile dell’occidente: pensare che “capire l’esistenza” possa sostituire il “praticare l’esistenza”!
    saluti

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