was ist das Kultur?

Un’altra parola rigonfia di troppi significati, che finisce per non trattenerne più nessuno.
La cultura dei colti e la cultura degli ignoranti. La cultura di un popolo e la cultura di una civiltà. Il progresso della cultura. Lo scontro tra culture. La cultura Pop. L’avanguardia culturale. Lo shock culturale. Das Kultur.

C’è un processo di accumulazione e di stratificazione, tanto neurale-psicologico che nozionistico. Questo processo è l’unica cosa che potremmo chiamare onestamente cultura senza dover ulteriermente definire i nostri termini. L’uomo vive una situazione sociale i cui presupposti sono biologici. Il lungo periodo di dipendenza che l’infante attraversa nei confronti del genitore è causa e conseguenza dell’assenza di un set di istinti molto radicato e dominante. Non avendo più comportamenti fortemente orientati da necessità biologiche e razziali, da istinti insomma, dobbiamo trasmettere il patrimonio culturale accumulato per via generazionale. Tramite linguaggi corporei, simbolici e verbali. In un secondo momento, naturalmente, anche scritti e mediatici in genere. Questa situazione crea un effetto di “riposizionamento dell’acquisito” ad ogni trasmissione. In pratica il bambino che chiede, (o si chiede), “perchè” una cosa si debba fare proprio così impone a un genitore intelligente una ricerca nelle proprie radici culturali, con la possibilità di scoprire se  quella particolare nozione sia stata sorpassata dal generale avanzamento delle conoscenze pratiche o teoriche.

Se ciò che si trasmette dunque sembra essere la sostanza della cultura, ecco che appare come la forma immanente del processo culturale il continuo, costante interrogarsi sul senso di ciò che si trasmette. Alla lunga, e questo è la piattaforma che voglio raggiungere: il valore della cultura, di qualunque cultura, riposa nella simmetria esatta e virtuosa tra la forma e la sostanza del processo di trasmissione. La fedeltà a uno solo dei due “movimenti culturali”, cioè la tradizione o la rivoluzione, la memoria o la fantasia, crea immediatamente mostri. Perversioni.

Nulla di vivente può mancare di una storia, quantomeno la storia delle sue cellule! Ma al tempo stesso nulla di vivente può mancare di mutamento, quantomeno la crescita e la successiva senescenza delle sue cellule.
Essere e divenire, parole che vengono da lontano, possono solo essere parti di un significato solo. Non “facce opposte” della stessa medaglia. Odio questa metafora. Non c’è dualismo, non può esistere dualismo in una realtà unica, pensateci!

In pratica, sto giungendo a dire che cultura equivale a “vita”. In questo senso è profondamente giusto insegnare a memoria le poesie (o le tabelline!) come anche buttare senza rete i ragazzi nella vita, senza preconcetti, stimolando creatività e curiosità. È fondamentale creare gli schemi aperti tanto della memoria quanto della curiosità. La trasmissione della cultura, da parte degli insegnanti insomma, sembra essere più un opera architettonica che ingegneristica. Va curata dunque la creazione e la reciproca proporzione di “spazi significanti” all’interno della visione del mondo del bambino-ragazzo. Non è l’ammucchiare insensato di mattoni, di edifici nozionistici. È uno studio delle proporzioni, dell’ergonomia, quasi, del carattere. Ma a questo punto mi piacerebbe quasi parlare di anima, per includere tutti i valori e le capacità. Tutte le profondità.

Ecco la perversione oscena e maliziosa di chi pretende, come la Chiesa, di incarnare “le radici culturali” o anche come molta arte d’avanguardia di continuare a rielaborare freneticamente, a ridiscutere pazzamente ogni fondamento, come se arte fosse solo il rovesciamento degli idoli.
Questo è proprio quel tipo di disequilibrio che è indubbiamente una delle cause del “fallimento” della cultura novecentesca. O meglio di quella peculiare visione del mondo e delle relazioni fermentata nel mondo venuto dopo la rivoluzione industriale. Mondo che ha prodotto una grandissima cultura, sia chiaro. Ma che ha spezzato irrimediabilmente certi equililbri che prima non erano mai stati davvero massicciamente messi in discussione.
La hubris, ecco il vero peccato di nascita, la vera radice culturale dell’Europa, quelle radici che tanto affannosamente il Pastore Tedesco vorrebbe arrogare alla cristianità. E in quest’ottica ha senza dubbio ragione, perchè poche volte nel mondo si è vista una singola forma religiosa-culturale produrre e imporre con tanto lugubre successo una forma così violenta e insolente di hubris contro la vita. Il dogma cristiano. Anche perchè non ha avuto, come per il dogma vedantico, un buddha, un maestro che venisse a spiegare, correggere ed a “potare basso” come si augurava tra gli ultimi Nietzsche. (c’è stato San Francesco, ma gli hanno fatto scrivere una regola…)

Ecco dunque una tra le più tradite tra le parole, cultura. E in un sistema sociale bloccato come quello dell’economia del profitto, la cultura è dovuta diventare superficie e riflesso, invece che mantenere le proprie caratteristiche di magmaticità e di inquisitività.
Il motivo è ovvio: la “cultura” può essere solo una costante serie di rivoluzioni culturali, piccole e grandi, di riscritture, di ripensamenti, di invenzioni, di nuovi linguaggi, di scoperte e riscoperte. Dunque, in ottica sociale, la cultura  è sovversiva.
Sovverte le banalità accettate da tutti, le modularità culturali. Ma nel sistema del “sacrificio” dell’individuo, in cui l’individuo sacrifica a esigenze “irrinunciabili”, il denaro!, la propria originalità e individualità, l’unica cultura ammessa è una cultura che parli linguaggi comprensibili a tutti, banali insomma. Che non dica. Perchè l’unica parola di una cultura sana può essere solo “flusso”, “vita”. Dunque mutamento.

Per questo paese devastato, insomma, sembrano accettabili entrambe le forme monche, parziali e pervertite della cultura, cioè il gretto conservatorismo e la folle palingenesi senza memoria, ma si rifiuta con sdegno e trepidazione l’unione virtuosa e salvifica delle due cose.
 

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~ di damianorama su ottobre 20, 2007.

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