La Felicità

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…questa parola annichilente! Essere felice! La gente si imbarazza, se gli chiedi se è felice!

Che aspettativa folle, essere felice!

Il vero tradimento effettuato su questa parola è stato quello di rinchiuderla nel significato di una felicità “iperurania”, definitiva. La felicità di chi è in paradiso! Il nirvana, la beatitudine. L’assenza di qualunque preoccupazione. Neppure le persone che ritengono ridicolo parlare di “felicità” o di “infelicità”, sanno definire bene ciò che rifiutano. No non sono felice “ma del resto chi lo è?”, ma non sono neppure infelice perchè “c’è chi sta peggio di me!”. Questo procedere per esclusione invece che per inclusione è un retaggio sofistico, orribile.

“Non sono nei migliori, ma neppure nei peggiori…vorrà dire che non sto poi così male!”

Perchè le persone davvero non lo sanno, se stanno bene! È anche ovvio, alla fine. Che ne sa dell’interiorità, altrui e propria, la maggior parte della gente? Un tempo, e non è per fare facile nostalgia, leggere i grandi romanzi ottocenteschi garantiva una certa, minima, penetrazione dell’animo umano. La letteratura non è solo quello, naturalmente, ma quella comunque forniva degli strumenti che la letteratura scattante e raffinata di oggi, per buona parte non da. E non li da perchè i fruitori non sono più pronti a comprenderla, non perchè gli scrittori non sappiano comunicarla.

Leggere Dostoevskij è un’ esperienza esistenziale, più che letteraria. O ti guardi dentro, mentre leggi, o non leggi neppure. Perchè non capisci. Perfino i più semplicioni come Dumas portavano una messe di osservazioni..come dire..etologiche… importanti. Ecco che felicità era un concetto più usato e più indagato. Non veniva dato per scontato.

E soprattutto non veniva dato per scontato che fosse impossibile raggiungerla!

È questa la perversione implicita, la strumentalizzazione inconffessabile. Se è impossibile essere felici…tanto vale godermela con quel che mi passa la vita. Cioè l’appagamento. Cioè, stringi stringi, la materia. Il piacere. E dove lo trovi il piacere? Dove capita…

Ultimamente ho ritrovato questo problema discutendo con varie persone. Sembra davvero arroganza, sembra presunzione, pretendere come prerequisito alla vita la felicità.

Perchè questo è, un prerequisito.

Chiunque può accettarla intelettualmente come un “obiettivo”, tanto, si sa!, non raggiungere un obiettivo è una cosa normale, anzi perfino umana! Fa simpatia, quasi, il fallire, eh? Soprattutto se si fallisce in buona compagnia. Questo è il buonismo vero, perverso. Quello che giustifica la sofferenza con una patina di condivisa normalità…è l’ideologia maledetta della “valle di lacrime”.

Stateci nella valle di lacrime, se vi piace! Io non mi permetterei assolutamente di sindacare una scelta. Ma che venga venduta come normalità, ecco questo è più di un tradimento. È un assassinio.

Uccidere la gioia, è uccidere la vita stessa. È un attentato alla sacralità stessa della vita. Che importa che la macchina biologica macini glucosio e produca calore, se non c’è un flusso di…qualcosa…che trasformi il gioco a perdere dell’entropia in un gioco a vincere del “vivere”?

Io questo qualcosa lo chiamo “gioia”, o armonia, o felicità. O come vi pare, tanto se non ci siamo ancora capiti, non ha alcuna importanza sforzarsi ancora. Ecco perchè è un prerequisito ed ecco anche perchè le persone sentono così aggressiva la mia pretesa di proporlo come “minimo indispensabile”…perchè fa male!

Fa male come ogni cosa viva, soprattutto se passa da una morte apparente alla vitalità. È come un piede addormentato, che scosso riprende a far circolare i sangue…e il passaggio del sangue fa male! Ma preferireste amputarvelo? È questa la scelta seccata di cui mi vorrebbero convincere alcune persone. “Non mi rompere le palle, a me va bene così!”.

Io non ci credo.

Perchè non ha il buon odore della consapevolezza, questa scelta, ma quella puzza fetida di sudore freddo, che da la paura scatenata, il panico. Ecco, quella di morire da soli dietro una porta chiusa, senza aver mai provato a bussare, ad aprire, è una scelta che non rispetto. Io non sono politically correct, in questo.

Il secondo punto che viene sollevato dai miei esasperati interlocutori, quasi sempre, è “ma allora che devo fare?”. A me lo chiedete?

Io non ho soluzioni, a parte due o tre espedienti che sono serviti a me. Questi li posso riproporre, più che altro a titolo di esempio, ma non certo come “suggerimento”.

Quello che io dico è: sapendo che la felicità non è un ottenimento difficile, che richiede solo presenza, apertura e un minimo di purezza e di volontà, ognuno si guardi dentro e identifichi ciò che frena questa fioritura, che dovrebbe essere assolutamente normale e consequenziale. Tanto si parla sempre di paura e di rigidità, comunque siano declinate.

Certo se uno ha più paura di guardarsi dentro che di essere infelice, stia pure nel suo brodo…ma non la spacci per una scelta! E non incoraggi altri a fare altrettanto, solo per avere il miserabile conforto del gregge!

 

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~ di damianorama su ottobre 29, 2007.

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