“La consapevolezza gode dell’esistenza”

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Appunti: l’uomo e l’esistenza

Non credo in un Dio personale, buono ma imperscrutabile, cui rivolgere le proprie preghiere e i propri aneliti. È estraneo a tutto il mio mondo emotivo e culturale. Mi richiede uno sforzo che falsa qualunque sincerità io possa avere. Al tempo stesso, però, una realtà vuota di gioia, vuota di senso e di intima partecipazione è una stupida e disperata banalità. Si può discutere all’infinito su quale forma debba assumere questo senso (ma poi perché una forma specifica?), se estetico, morale, scientifico, etico, umano, rituale, etologico, ermeneutico, esistenziale, linguistico, metafisico. Se immanente o trascendente.

Ma la pienezza ontologica del mondo è troppo vivida per lasciarci indulgere in nichilismi estenuanti e intellettualoidi. Il senso c’è, si chiama esistenza. E non deve spiegazioni o dimostrazioni a nessun essere senziente. Chi non lo percepisce, lo cerchi per i fatti suoi, nel corso della sua vita miserabile.

Non si costruiscano sistemi sulla propria inadeguatezza ad accettare la realtà!

(Che l’esistenza coincida con il significato dell’esistenza è già una posizione “religiosa” o “spirituale”, quindi non facciamoci spaventare dalle parole. A molti, oggi, definirsi religiosi provoca un intimo disagio, poiché si vedono associati ad ogni sorta di porcherie, dai dogmi al clero alle crociate. Quella non è religione, è ideologia. Alla lettera.)

La “consapevolezza” gode dell’esistenza, dell’esistere. La vita insomma gode della vita. La vita è l’intimo tessuto dell’esistenza. (e per chi è onesto, è difficile tracciare il limite di dove inizi o finisca la vita.). L’uomo è consapevole della propria consapevolezza, una caratteristica particolare che gli attribuisce facoltà e potenzialità uniche. La prerogativa dell’uomo è una relazione con l’esistenza che si può descrivere come il “luogo” di incontro tra materiale e spirituale, la finestra al cui davanzale fanno amicizia Immanenza e Trascendenza. L’uomo-finestra! L’uomo è la finestra, mi piace pensare, da cui Dio, il trascendente, il consapevole, guarda nelle viscere dell’abisso primevo, l’immanente, il magmatico.

Dio guarda il mondo attraverso gli occhi dell’uomo, insomma, e come lo vede, così lo conosce. Da qui l’importanza “religiosa” della limpidità. Ecco perché disprezzarsi e autodistruggersi è “blasfemo”! Una frase che sembra paradossale, a livello puramente linguistico, ma che sento intuitivamente vera. Incidentalmente, la pratica di questa relazione con l’esistenza produce due effetti visibili, tipici dell’uomo: lo stupore e l’umorismo. Entrambi hanno fortissime connotazioni religiose, anzi, volendo dirla tutta, trovano l’unica cornice di interpretazione proprio in un sentimento “religioso” della realtà. Chi sa ridere non può essere davvero blasfemo.

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~ di damianorama su novembre 16, 2007.

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