In questo immenso presente…

 foto-ale-e-dami-615.jpgVi sbagliate, il tempo non è così. Così piccolo, così angusto. Non è un binario insensato su cui corre il vagone della vostra vita. E sbagliate anche pensando che l’unica aspettativa possibile sia fare la locomotiva del treno.

Il tempo è il corpo, è come il vostro corpo. Se in un momento non avete bisogno di scrivere, vi tagliate le dita? Voi siete le vostre dita, no? Siete anche le vostre dita. E allora perchè i giorni passati, ma anche quelli futuri, perchè volete amputarli? Considerarli non più vostri. Non più voi!

Ma se tu non sei la tua vita, cosa sei? La tua vita è stata quei giorni, non in quei giorni! Essa non vi è transitata: vi si è intessuta! Il passato non scompare! Come potrebbe? Il futuro non giunge! Come potrebbe? Pensate che il tempo sia una funivia su cui arrampicarsi e da cui guardare indietro?
Che poetica scemenza…

Il tempo è il corpo della vostra esistenza. È come il paese dove sei nato (anzi è esattamente il paese dove sei nato, stavolta!). Anche quando non lo attraversi, ti influenza, ti modella. Le tue esigenze, le tue ambizioni, le tue paure vengono da lì. La patria del tempo è ancora più vicina, ancora più determinante. Ma ancora più traditrice quando vuole porsi come una “verità”, un “valore”. Il patriottismo è la spiritualità degli aridi, dei poveri. Il tempo è la patria degli immaturi.Certo c’è il flusso, c’è un avvicendarsi delle combinazioni, delle situazioni. Ma è solo la nostra limitatezza, la nostra semicecità che ci impedisce di considerare il flusso come un qualcosa di unico.
Puoi prendere una fetta di fiume? Se riempi un barile, dentro quel barile c’è il fiume?

Io sono qui e quindi qui, proprio qui -perchè c’è soltanto il qui in cui esistere-, ci sono anche i miei genitori e anche i loro genitori e via dicendo. I miei figli e i loro. Qui c’è tutto il mondo, tutto il tempo. Tutta l’esistenza.
Cos’è qui? La realtà, oppure niente.

Il concetto di tempo lineare è la causa di infinite sofferenze. È la causa di ogni idolatria, di ogni escatologia, di ogni paura dell’annullamento.

Dopo cosa? Prima di cosa?
Dell’esistenza? Vogliamo misurare l’esistenza sul metro del mio personale assemblaggio fisiologico? Il che dovrebbe significare che essa finisce con me? Evviva i solipsisti, almeno hanno avuto il coraggio delle loro opinioni sbagliate, di portarle fino alla loro logica, stupida conclusione. No, la nostra cultura non ha l’onestà delle sue paure. Le lascia inespresse, micidiali, annidate nell’ombra dietro gli occhi della gente. E il tempo è la madre di tutte le paure.

Ma è così largo, così accogliente. Non si perde mai niente, nessuno resta mai indietro! Ma per capirlo la mente deve dominarsi, innanzitutto, elevarsi, sviluppare le proprie potenzialità. La semplice consapevole attenzione alla propria presenza, l’essere presenti a se stessi, l’essere presenti alla realtà, ti apre la percezione del tempo come di un qualche “spazio”. Così come ci si muove nella propria casa, da una stanza all’altra a seconda delle esigenze, così è anche la vita, da un istante all’altro. Anche la lingua ci tradisce, vedete? “da un istante all’altro”. Che vuole dire? Da una situazione a un’altra, è giù meglio!

L’intuizione dell’immensa complessità del tempo spaventa, a volte annichilisce. L’intuizione sul tempo, Nietzsche la chiamava “il mio pensiero più abissale”, ma in fondo pensava solo a un tempo ricorsivo, rotolante. “non siamo forse tutti già stati? Non dobbiamo forse essere tutti di nuovo?” si chiedeva angosciato! Ma siamo, ecco quanto! Non c’è angoscia. Bisogna salire nel punto di vista. Certo io come individuo sono nato e morirò…e quindi? Il tempo è forse cambiato?

Non c’è forse questo immenso presente che mi ha accompagnato da prima della nascita a dopo la mia morte? E prima, non c’era forse? E dopo la scomparsa dei miei pronipoti, non ci sarà? Quando tutta la Terra sarà plasma nel calderone del prossimo Big Bang, non sarà forse proprio questo stesso immenso presente?

C’è chi preferisce venire a patti con la sua funivia lunga ottanta compleanni. Ma poi sotto sotto, prova angoscia…scomparire…non esserci più…tutti che vanno avanti…e io….nel buio! Mamma mia, che melodramma! Da bambino anch’io ho provato a immaginarmi il “non esserci più”, in genere mettevo la testa sotto il cuscino e stringevo gli occhi…per simulare il buio. Che paura, eh? Ma poi si può crescere, se si vuole. Solo chi vuole! Perchè c’è bisogno di protendersi, di superarsi per usare ancora le parole di Nietzsche.

La trasformazione è la legge di questa esistenza, non la scomparsa, non l’annullamento. L’essere e il divenire, o anche la Prima e la Seconda Legge della Termodinamica, sono esattamente la stessa cosa. Solo guardata dai lati opposti.

Siamo tutti qui. Nessuno è solo.

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~ di damianorama su novembre 26, 2007.

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