Rivoluzione

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Tra le parole tradite, questa mi fa una grande tristezza. Rivoluzione! È una delle parole più belle, più umane, più spirituali. E adesso è solo sinonimo di “piantare grane”, di “fare danni”. Di instabilità, di irresponsabilità, di pericolo, di tempi violenti.

Ciò che più intristisce è che il vero tradimento, la lunga sequela di tradimenti è stata compiuta da chi più ha cercato di aderire al suo senso, di rivoluzionare, di essere rivoluzionario. Questo perchè naturalmente la “rivoluzione” è un concetto molto alto, cui si giunge con la parallela disciplina del pensiero e della pratica, contemporaneamente.

Bisogna fare un preambolo importante. Questa parola non è una parola politica e neppure scientifica o artistica, cioè appartenente ai tre principali ambiti semantici in cui viene utilizzata. È una “descrizione” sintetica dei processi interiori umani. Processi intellettuali, emozionali, spirituali. Da qui nasce il motivo del suo uso “contaminato”.

Il suo significato è quello di “cambiamento”. Ma un cambiamento radicale, che scalza le fondamenta di ciò che era stabilito. Un rovesciamento. Ora se si guarda bene alle vere rivoluzioni, si notano alcune caratteristiche comuni: una rivoluzione è sempre generale, trasversale. Rompe, insieme ai vecchi schemi di pensiero, anche i vecchi schieramenti. Niente resta intoccato da una vera rivoluzione. In secondo luogo, non vi è rivoluzione senza un contemporaneo rivoluzionarsi della teoria e della pratica. Senza un evoluzione del pensiero che stimola ed è stimolata da esperienze storiche, pratiche, materiali. (Già da questo si capisce come molte delle rivoluzioni proclamate sono solo “rivolte”, cioè sbuffi esasperati che partono da ciò che è stabilito e ne mantengono l’intima logica, anche contro la propria intenzione.). Poi, altra caratteristica, la rivoluzione cambia radicalmente il modo in cui il singolo percepisce, nell’ordine, se stesso, il suo ambiente, il proprio significato.

Ora vedete, il punto problematico è che c’è molta gente insoddisfatta politicamente, c’è un gran numero di persone con idee artistiche brillanti e originali, c’è un brulicare di spiritualità che aiuta chi si aiuta…e tuttavia queste cose non costituiscono neppure il materiale con cui una rivoluzione nasce. Un motivo di ciò è che raramente la gente ha la forza e l’onestà per cambiare se stessi, mentre cambiano o tentano di cambiare, il mondo.

Meno ancora, molti meno, hanno la forza per tentare di cambiare il mondo tramite il cambiamento di se stessi.

Questi ultimi sono i veri germi della rivoluzione. I veri “incubatori” di rivoluzione. Di ogni rivoluzione, perchè in realtà il processo chiamato “rivoluzione” è lo spontaneo elevarsi della razza umana verso un livello superiore di integrazione, interrelazione, raffinazione. È un processo squisitamente interiore, al livello individuale, che in certi momenti particolari trabocca dagli individui e si allarga a tutta la società-mondo. Ma non bisogna fraintendere, questo tipo di cambiamento è l’unico vero cambiamento possibile. Anche quando sembra rimanere intimo, isolato, contraddetto dal periodo storico, il mutamento interiore dell’individuo rimane e si propaga anche in assenza di comunicazione efficace. Ogni altro intervento, per quanto faticoso e sincero viene riassorbito dall’inerzia della struttura.

Ora la rivoluzione politica è passata alla storia per essere quella comunista. Ma chi va a leggersi gli scritti più teorici di Marx scopre che l’obiettivo da raggiungere era essenzialmente spirituale, non economico. L’economicismo socialista è stata la dose di arsenico che ha ucciso la rivoluzione. Marx aveva un concetto “umanistico” della società e dal profondo Ottocento in cui viveva riteneva possibile un certo tipo di intervento “dirigista”, che utillizzando strumenti sociali ed economici potesse raggiungere gli obiettivi di evoluzione emotiva e spirituale. Noi adesso siamo stati inghiottiti da due secoli di contromisure, economiche e militari, prese per evitare un evento così “disastroso” come una rivoluzione spirituale, che trasformerebbe i consumatori in persone capaci di astenersi dal desiderio inutile.

Anche nell’Arte l’innovazione ha il sopravvento sulla rivoluzione, la riflessione sulla forma finisce spesso per tradire lo scopo intimo dell’espressione…cioè creare una dialettica ascendente di significati che accompagni l’individuo verso “l’alto”. Nell’innovazione, in arte, come nella rivolta in poltica, non vi sono flussi di significati tali da rovesciare le basi della precedente normalità. Anzi, nella sua struttura stessa, l’innovazione poggia sul ciò che lo precede. Lo prosegue. Non ne faccio un discorso storico ma qualitativo, ovviamente. Così la rivolta.

Politicamente, la rivolta è la migliore amica della conservazione grazie all’ossigenazione del sistema, allo sfogo delle energie frustrate, all’opportunità di irrigidire le strutture repressive vigenti, al senso di spossamento sociale che la segue.

Una rivoluzione cambia invece le coordinate logiche e semantiche del sistema, qualunque sistema, al punto che coloro che rimangono a difendere il “vecchio” dal rovesciamento spesso finiscono per apparire ridicoli. Buffi. Assurdi. Patetici. Privi di significato. Lo spostamento semantico coivolge tutto l’ambiente, anche chi vi si oppone. Questa è la sostanziale differenza dalla “rivolta”.

Il sistema associativo che diamo per scontato (cioè quello di una rapprensentatività indiretta, delegata. Questo vale per il Re come per la Repubblica, sia chiaro) nutre in se, da sempre, un implicazione spaventosa, a livello umano. Cioè quella di impedire all’individuo di evolvere. Questa implicazione fino agli ultimi cinquant’anni non è stata quasi operativa, poiché il potere semplicemente non riusciva a impedire efficacemente il processo evolutivo. Poteva renderlo maggiormente dispendioso, certo, e così faceva infatti, ma poco altro anche nei più duri dei totalitarismi.

Ma quando al potere è stata data la possibilità concreta di scegliere se far evolvere gli individui di cui ha responsabilità o se mantenerli limitati e assoggettati, esso ha scelto inevitabilmente la propria sopravvivenza…che è giustificata solo dall’inadeguatezza degli individui, dalla loro mancanza di evoluzione.

La contraddizione è esplicita, dolorosa, poiché far evolvere i propri cittadini sarebbe l’unica preoccupazione legittima di uno potere legittimo. L’unico paternalismo accettabile. Putroppo le potenzialità dello sviluppo tecnico sono cresciute troppo rapidamente perchè il lento accrescersi della consapevolezza sociale-umana riuscisse a limitarne le applicazioni più orribili e devastanti.

Agli individui resta dunque la responsabilità di evolvere, senza aiuto, contro un sistema che preme con ogni mezzo per frenare questo slancio. Lo sforzo deve essere rivolto a trovare i propri limiti, i propri confini e nel superarli. Questo non è un procedimento difficile da concepire. Basta vedere dove sono le paure, le ansie, le rigidità del carattere, ecco li i nostri limiti.

Certo superarlo richiede qualcosa in più, richiede di rinunciare a se stessi. Alla confortante, maledetta sensazione di “casa” che ti da il fallire in modi perfettamente conosciuti e da lungo tempo analizzati. Rinunciare a appoggiarsi ad abitudini che per quanto dolorose vengono così da lontano che sembrano essere parte di noi stessi.

Ciò che noi chiamiamo carattere, è la nostra prigione. La rivoluzione comincia qui.

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~ di damianorama su novembre 29, 2007.

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