“Poiché agiamo sul nostro tempo con la nostra stessa esistenza, noi decidiamo che questa azione sia volontaria.”

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L’uomo totale
(J.P. Sartre)

(…). Noi non vogliamo aver vergogna di scrivere e non abbiamo voglia di parlare per non dire niente. Del resto, anche se ce lo augurassimo, non vi riusciremmo; nessuno vi può riuscire. Ogni scritto possiede un senso, anche assai diverso da quello che l’autore aveva creduto di mettervi. Per noi in effetti, lo scrittore non è Vestale né Ariele: è “dentro”, qualsiasi cosa faccia, segnato, compromesso, fin nel suo nascondiglio più riposto. E se, in certe epoche, usa la propria arte per costruire gingilli di inanità sonora, anche questo è un segno: vuol dire che c’è una crisi delle lettere e, senza dubbio, della società. Oppure vuol dire che le classi dirigenti lo hanno polarizzato verso un’attività di lusso, per timore che vada ad ingrossare le truppe rivoluzionarie. Flaubert, che ha tanto strepitato contro i borghesi e che credeva di essersi posto al riparo della macchina sociale, cosa è mai ai nostri occhi se non un “rentier” di talento? E la sua arte minuziosa non presuppone forse le comodità di Croisset, la sollecitudine d’una madre o d’una nipote, un regime d’ordine, affari prosperi, una regolare recezione di cedole? (…)

Poiché lo scrittore non ha alcun mezzo d’evasione, noi vogliamo che egli abbracci strettamente la sua epoca. È la sua unica occasione: si è fatta per lui come egli è fatto per lei. Ci si rammarica dell’indifferenza di Balzac dinanzi alle giornate del ’48, dell’incomprensione impaurita di Flaubert di fronte alla Comune; ci si rammarica per loro; c’è in quegli avvenimenti qualcosa che essi hanno perduto per sempre. Noi non vogliamo perdere niente del nostro tempo; forse ve ne sono di migliori, ma questo è il nostro tempo; non abbiamo che questa vita da vivere, in mezzo a questa guerra, a questa rivoluzione, forse. Non si concluda da ciò che noi predichiamo una specie di populismo: è il contrario. Il populismo è un figlio di vecchi, il triste rampollo degli ultimi realisti; è ancora un tentativo di cavarsela a buon mercato. Noi siamo convinti che non si può cavarsela a buon mercato. Restassimo anche muti e quieti come sassi, la nostra passività sarebbe ugualmente un’azione. (…). Lo scrittore è ambientato nella sua epoca: ogni parola genera echi. Ogni silenzio anche. Io ritengo Flaubert e Goncourt responsabili della repressione che segui la Comune perché non hanno scritto una riga per impedirla. Non era affar loro, si dirà. Ma il processo di Calas era affare di Voltaire? La condanna di Dreyfus era affare di Zola? L’amministrazione del Congo era affare di Gide? Ciascuno di questi autori, in una circostanza particolare della vita, ha misurato la propria responsabilità di scrittore. L’occupazione nazista ci ha insegnato la nostra.

Poiché agiamo sul nostro tempo con la nostra stessa esistenza, noi decidiamo che questa azione sia volontaria.(…).

Noi scriviamo per i contemporanei, non vogliamo guardare il nostro mondo con occhi futuri, sarebbe il modo più sicuro di ucciderlo, ma con i nostri occhi di carne, con i nostri occhi perituri. Non ci auguriamo di vincere il nostro processi in appello, e non sappiamo cosa farcene d’una riabilitazione postuma: è ora, da vivi, che i processi si vincono o si perdono (…).

Noi, che senza essere materialisti non abbiamo mai distinto l’anima dal corpo e non conosciamo che una sola indecomponibile realtà, quella umana, noi ci schiariamo al fianco di coloro che vogliono mutare al tempo stesso la condizione sociale dell’uomo e la concezione che egli ha di se stesso.(…).

Concepiamo senza alcuna difficoltà come un uomo, anche se il suo ambiente lo condiziona totalmente, possa essere un centro di indeterminazione irriducibile. Questo settore di imprevedibilità che in tal modo si differenzia nel campo sociale è ciò che noi chiamiamo libertà. Questa libertà non va considerata un potere metafisico della “natura” umana, e non è nemmeno la licenza di fare ciò che si vuole, né un non meglio identificato rifugio interiore che nessuno potrebbe toglierci anche se fossimo in catene. Non si fa ciò che si vuole, e tuttavia si è responsabili di ciò che si è: ecco il fatto; l’uomo, che si spiega simultaneamente attraverso tante cause, è tuttavia solo a portare il peso di sé. In tal senso la libertà potrebbe passare per una maledizione, è una maledizione. Ma è anche l’unica fonte di grandezza umana. (…).

Tale è l’uomo che noi concepiamo. Totalmente impegnato e totalmente libero. È tuttavia quest’uomo libero che bisogna liberare allargando le sue possibilità di scelta.

In certe situazioni non v’è posto che per un’alternativa di cui uno dei due termini sia la morte.

Occorre fare in modo che l’uomo possa, in ogni circostanza, scegliere la vita.

(Da la « Presentazione », numero 1 di “Les Tempes Modernes”; 1945)

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~ di damianorama su dicembre 4, 2007.

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