Il Reddito

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scommetto che se anche qualcuno spendesse qualche secondo per riassumere, pur solo mentalmente, ciò che pensa del “reddito”, il risultato sarebbe qualcosa di essenzialmente operativo, pratico. Sono sicuro che pochi vi troverebbero dentro motivi sufficienti di riflessione e quasi nessuno ve ne troverebbe di astrazione. Quindi, riassumete le vostre opinioni per un attimo.

Ora, in genere il reddito viene associato al guadagno, al lavoro. Il redd-ito è ciò che viene reso in cambio del lavoro. Il controvalore. A ciò che uno fa. Spesso si fa di più per avere un reddito maggiore, no? Il reddito è ciò che determina la tua vita, insomma. Si conduce la vita in relazione al proprio reddito. Si organizza la vita, in relazione al proprio reddito. Stop. Qui inizia la follia. La vita determinata dal reddito. Qui c’è una prigione, un rischio, una privazione di libertà.

Il balzo sta nel riuscire a visualizzare il contrario, cioè la propria vita che segue il suo corso naturale e in base a quello si determina il reddito! Il concetto di denaro è perverso e demoniaco nelle implicazioni che ha a livello della struttura associativa, è un’allucinazione, l’intelaiatura del servaggio. È falso, dimostrabilmente, che una società industriale non possa sussistere senza denaro. Invece penso potrebbe essere dimostrato che il denaro, quando si evolve fuori di controllo come negli ultimi due secoli, possa strangolare ogni società. Ogni società sana, intendo!

Il nocciolo del concetto di reddito è quello di valore. Ma il valore che vi viene associato, implicitamente, non è quello del lavoro che si svolge ma della persona che lo svolge! Dunque il desiderio di aumentare il proprio reddito spesso trae linfa vitale dal sotterraneo ma insopprimibile desiderio di aumentare il proprio valore. Un desiderio sano, si per se, che si perverte nel venire “monetizzato”. Si perverte, cioè, muta la propria intima coerenza. Ciò che originariamente dovrebbe essere un percorso e uno strumento, cioè rispettivamente il lavoro e il reddito, diventano strumento il primo e obiettivo il secondo. L’individuo dunque non conosce più il proprio valore, se non per la cfra che campeggia in fondo alla propria busta paga. Questo individuo farà, inevitabilmente, una fatica immensa per prendere coscienza, per sollevarsi dal quotidiano, per mutare la prospettiva in cui guarda il mondo. Questa è la contropartita sociale del potere, che ottiene di rendere intere fette dei propri governati inerti agli stimoli politici e sociali.

Una delle soluzioni possibili è un vecchio cavallo di battaglia anarchico, meraviglisamente ripulito e analizzato nel libro “The Sane Society” di Fromm.

Fornire chiunque e in ogni caso di un reddito minimo garantito, la casa, l’assistenza medica, l’accesso all’istruzione.

Cioè quando queste quattro necessità minime vengano garantite a prescindere, ecco che una grande parte delle sofferenze, delle irrazionalità, della perversione che si producono nella società industriale sparirebbe automaticamente. A prescindere, dico, dalla utilità sociale degli individui che ne beneficiano. A prescindere dalla loro operosità, dalla loro integrazione sociale, dalla loro sanità fisica o mentale.

Ammetto che la prima volta che ho incontrato questa ipotesi, mi ha infastidito un poco. Come accade quasi a tutti, in genere. Questo ha due cause. La prima è che non siamo abituati neppure a immaginare una società priva delle coordinate della “ricchezza” (o meglio priva dell’indicatore della povertà!). Ci sentiamo, anche solo all’ipotesi, spersonalizzati, indistinguibili anche quando viene specificato che niente impedisce a qualcuno di aumentare la propria personale ricchezza. Il gioco si rompe se la ricchezza non è più necessaria, se non rappresenta più la legge della giungla. La seconda ragione, più inconfessabile e sottile, è che molto spesso non vogliamo rinunciare al potere! Il potere che ci da avere qualcosa in più di qualcuno, per quanto poco. Il presumersi implicitamente migliori grazie a ciò. È facile, pressoche automatico, malignamente piacevole.

L’uomo è intensamente competitivo, una caratteristica di per se buona e naturale. Putroppo questa diventa la leva su cui scardinare il buon senso, la sensibilità degli individui, soprattutto quando è associata all’astrazione maligna del denaro. Perchè questa quantizza, rende numero.

In un contesto dove il lavoro non rispondesse della sopravvivenza del lavoratore, ecco che questo diventerebbe davvero fonte di elevazione, di competizione sana, basata sulla qualità, sulle particolarità, sull’eccellenza, sull’originalità. Come nel gioco, dove non è vincere ma è giocare bene lo scopo. Ecco allora che il guadagno derivato dal lavoro andrebbe a misurarne la bontà, e solo in virtù di questo suo essere indice di qualità, avrebbe valore!

Quando i politici dicono o implicano che lo scopo dello studio e dell’istruzione è il lavoro, stanno chiudendo il cerchio, stanno girando la chiave nella porta della prigione. Asservire, cioè, allo sviluppo della perversione l’unico fattore terapeutico ancora rimasto.

“Ma gli uomini sono pigri, con questo sistema non lavorerebbe nessuno”. È una risposta abbastanza tipica. È una risposta assolutamente pregiudiziale, perchè su cosa si basa? Sul fatto che lavorare sia spesso noioso e che molti preferirebbero non farlo?

Beh fino a che si è obbligati per sopravvivere a un lavoro quotidiano e sgradevole, mi sembra naturale la noia. Se uno deve sacrificare gran parte della sua vita attiva per mantenere se stesso e la propria famiglia, niente di strano che provi rancore.

Ora io ho avuto il dubbio provilegio di poter oziare in maniera indefinita, per anni. È semplicemente sofferenza, che stanca presto. Una sofferenza che un’attività autonomanente scelta guarirebbe e che una imposta dalla necessità del denaro acuisce. Ma questa inerzia, questo spazio, permette di avere però il tempo e la gradualità di approccio per guardarsi internamente. Per sperimentare, per fallire molte volte prima di riconoscersi. Impieghiamo anni per imparare a camminare, anni per svilupparci sessualmente, anni per apprendere un mestiere, una competenza pratica. Perchè stupirsi che servano anni e risorse anche per indagare e scoprire le proprie disposizioni, le proprie capacità, la propria strada?

Trovare queste coordinate interiori, fondamentalmente è quello che io chiamo essere felice. Perchè da questo nucleo di consapevolezza può strutturarsi una crescita vera, completa, gioiosa. Con l’appoggio di questo flucro interiore si possono combattere le proprie paure, approdare alla realtà più vasta tagliata prima fuori da paure e insicurezze. È il fondamento, il primo passo.

Stupisce invece che si presuma che queste cose si chiariscano da sole facendosi una famiglia e lavorando per tutta la vita in un ambito che, spesso, ci ha affascinato superficialmente a quindici o a vent’anni, per poi continuare a sognare per tutta la vita qualcos’altro, spesso senza sapere neppure bene di preciso cosa…

Questa io la chiamo sofferenza.

 

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~ di damianorama su dicembre 7, 2007.

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