Il Carattere e l’Imbarazzo

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Il carattere. Mi ha sempre un po’ colpito che venisse usata, in italiano almeno, lo stesso termine per indicare da un lato l’insieme delle particolari attitudini psicologiche ed emotive di una persona e dall’altro una lettera.

Il “carattere a stampa”, il carattere tipografico. Che è senza dubbio quanto di più fisso e convenzionale ci sia. È curioso, no? L’essere fisso ha qualcosa a che fare con il carattere?

Ora, per restare sulla linea dei luoghi comuni, sì. Quante volte si sentono i neo-genitori dire di un bambino di 3-4-5 anni, “questo è il suo carattere” oppure “è fatto così, è il suo carattere”.

Anche “la caratteristica” indica qualcosa che individua, che identifica, che separa. Lo si vede meglio nel termine, quasi sinonimo, “particolarità” cioè, essere particola, essere parte. Una particolarità è qualcosa che “in sè” è separato o comunque distinto dal resto delle cose a causa di una sua qualche differenza. Ecco dunque che affiora il significato: il carattere è ciò che ci rende particolari. Ciò che ci identifica, che ci rende riconoscibili.

E per buona misura, aggiungo io, che rende infelici.

Anche solo da queste piccolezze si vede in filigrana la visione del mondo e dell’uomo che si nutre in occidente. Un idea di uomo isolato, monadico, identificato. È normale, consequenziale perfino, che un individuo si identifichi con il proprio carattere…con che altro, sennò? Perchè è individuo, dunque è stato individuato, scovato, circoscritto! Molto interessante anche se meno evidente è anche l’etimologia di persona: dal greco ” prósōpon” cioè la maschera dell’attore che veniva usata nel teatro greco, la persona drammatica. Il personaggio.

Ma qual sia il carattere di un “personaggio”, lo si può determinare solo guardando ciò che dice, come agisce e via discorrendo. Insomma, ogni cosa nella cultura occidentale, fin dai suoi albori, punta a vedere, a conoscere, gli uomini come “bolle” di consapevolezza, cui relazionarsi dall’esterno.

La riflessione filosofia, morale e politica occidentale ha finito per adottare “l’individuo” come metro della libertà. Come atomo della realtà sociale. Ma chi libera l’individuo dal suo essere individuo? Voglio dire, avere una cornice precisa e rigida e, ai fatti, invalicabile tutto intorno al mio presunto principio di liberta…non mi sembra gran che come libertà! Se la base di tutto il gioco è che io, singolo, rimanga pressochè uguale a me stesso, riconoscibile, prevedibile perfino, ecco che poter poi in quanto singolo “fare” tutto quello che voglio è una miseria spacciata per un tesoro. È una carestia e la chiamano banchetto.

Usare il carattere come “utensile” sociale per semplificare la vita di relazione è comprensibile. È comodo, soprattutto là dove non c’è la possibilità di approfondire. Purtroppo è così comodo che anche gli stessi individui finiscono a conoscersi tramite il proprio carattere, tramite cioè un “riassunto” schematico, dotato di inerzia e difficilmente mutabile, di ciò che sono.

È un’approccio immediato, ovvio e grossolano. Potrei semplificare e dire che è un approccio adolescenziale, se non fosse che una larga maggioranza delle persone si basano proprio su questa mentalità per indirizzarsi nel mondo.

È normale, da adolescenti, invidiare chi riesce a “far ridere”, chi “ha le storie”, di chi sembra “riuscire” mentre per noi ogni cosa è difficile o faticosa. Ed è infatti adolescenziale pensare che questo sia dovuto al modo in cui si è fatti. Purtroppo a un livello appena più alto, questo approccio rimane. Quello che rimane è la suggestione di avere dei limiti, o meglio di conoscere con una certa precisione dove questi limiti cadano. Cosa folle, perchè la vera crescita può cominciare solamente quando si superano questi presunti limiti.

I limiti sono il carattere, fondamentalmente. Sono i pregiudizi. Le paure. I dogmi su qualunque cosa, sé stessi, il mondo, la religione, la politica, il sesso. Ogni rigidità, ogni protezione è qualcosa che ci esclude da una parte della realtà cui possiamo ambire. E non lo intendo in senso filosofico, ma proprio pratico. Una volta superate le stupide prevenzioni e le misere aspettative, si scopre naturalmente dove la nostra natura ci permette di espanderci e dove invece ha meno flessibilità.

Questo processo di scoperta e di indagine, indagine anche dei propri limiti, è ben diverso dal piazzare muri e confini che ci chiudono dentro!

Ecco che infatti si capisce bene il perchè di un’emozione bizzarra come l’imbarazzo, solo studiando le ragioni della sua assenza. L’imbarazzo è l’aspettativa che la presunzione di conoscenza suscita.

Quando succede qualcosa di inaspettato, spesso la nostra reazione istintiva e viscerale è radicamente diversa da quanto ci aspettavamo da noi stessi. E si genera imbarazzo.

Quando una persona si relaziona a noi in maniera inaspettata, imprevista, ecco di nuovo l’mbarazzo di non avere una risposta sperimentata, l’insicurezza di non sapere come si apparirà in questa nuova situazione.

Ma tutto questo diventa lampante quando ci si trova in queste stesse situazioni di novità, di imprevisto, e si reagisce senza imbarazzo anche se magari con stupore. Cosa è diverso?

È diversa la natura, la qualità della conoscenza di se stessi. In sostanza, non ho più paura di essere smascherato, perchè non ho maschera. Non sono più un personaggio ma una persona. Non ho più un carattere, ho delle attitudini.

Come sempre andando a fondo di un concetto, si finisce per incontrare sempre le stesse consapevolezze. La verità vi renderà liberi. Lo hanno detto tutti i maestri, chissà perchè?

E anche qui si vede che il carattere, come ogni rigidità, è una forma di opacità, di non permeabilità. Chi è aperto e lascia dunque che la realtà entri ed esca da sé, non ha paura della realtà stessa inevitabilmente. E poiché è la paura, nelle sue mille manifestazioni, a giustificare l’esigenza di protezione, di rigidità, ecco che tutto diventa fluido, scorrevole.

L’incredibile, immediato effetto dell’apertura al mondo è la fine dell’imbarazzo. La fine della paura.

Il carattere è una prigione. E tanto più si spendono forza ed energie nell’analizzarlo e nel comprenderlo, tanto più acquista “realtà”. La realtà che solo noi, con la nostra ansia di solidità, gli diamo. Creiamo con tutte le nostre forze qualcosa di ingannevolmente solido per poter rifugiarci là dentro e sentirci ingannevolmente sicuri. Ma dato che siamo noi stessi gli artefici di questi inganni, ecco che l’ansia, la paura sono sempre sottopelle. La consapevolezza di non essere protetti rimane. Ed ecco che lo smascheramento rimane una possibilità concreta, costante!

Ma la reazione a questo, purtroppo è di ingrandire le difese, le protezioni-prigioni, invece che di liberarsene. Alla fine, abbiamo delle persone così rigide e impaurite che non riescono più neppure a parlare di se stesse. Sono rese afone dalla paura di scoprirsi, di essere conosciute.

Nessuno ha mai detto loro che sono creature di grande potere e bellezza.

 

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~ di damianorama su dicembre 16, 2007.

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