IL controllo sociale – parte prima: la normalità e la normalizzazione

Il “normale” si instaura come principio di coercizione nell’insegnamento con l’introduzione di di un’educazione standardizzata e con l’organizzazione delle scuole, (..) del corpo medico e dell’inquadramento ospedaliero nazionale, (..) e nella regolamentazione dei procedimenti e dei prodotti industriali. Come la sorveglianza, ed insieme ad essa, la normalizzazione diviene uno dei grandi strumenti di potere alla fine dell’età classica ( nella notazione storiografica francese ca. fine 1700). Ai segni che traducevano status, privilegi, appartenenze, si tende a sostituire o per lo meno ad aggiungere, tutto un gioco di gradi di normalità, che sono segni di appartenenza ad un corpo sociale omogeneo, ma che contengono un ruolo di classificazione, di gerarchizzazione, di distribuzione nei ranghi. Da una parte, il potere di normalizzazione costringe all’omogeneità, ma dall’altra individualizza permettendo di misurare gli scarti, di determinare i livelli, di fissare le specialità e di rendere le differenze utili, adattandole le une alle altre. Si comprende come il potere della norma funzioni facilmente all’interno di un sistema di uguaglianza formale, poichè all’interno di una omogeneità che è la regola, esso introduce, come imperativo utile e risultato di una misurazione, tutto lo spettro delle differenze individuali.

da “Sorvegliare e punireM. Foucault 1975 – pag. 201

La società che analizza Foucault è quella francese del XVIII e XIX secolo, ma potrebbe parlare di oggi. Anzi, parla di proprio di oggi, poichè la sua indagine è precisamente la “genesi”di un potere abnorme e pervasivo, tanto più inquietante quanto meno percepito come anomalo. Quello della normalità. La normalità indotta, costruita in maniere spesso inconfessabili.

Come siamo giunti a questa ragnatela inestricabile in cui il soggetto è costantemente visibile al potere, in cui l’individuo è sottoposto a esami e valutazioni continue dalla sua nascita alla sua morte, attraverso ogni momento della vita, che sia esso privato, sociale, economico, affettivo?

Come è stato possibile che la vita degli individui diventasse un oggetto di sapere?

Come è possibile che la struttura più intima della società sia rivolta, con uno sforzo minuzioso e ossessivo, a normalizzare l’individuo? Come si è giunti allo sforzo concreto e operativo di prendere questo individuo in una rete di sanzioni e di pressioni che lo spingono pazientemente, insistentemente, inesorabilmente, verso una norma calcolata in relazione all’utilità sociale che esso può avere.

Ancora Foucault:

la disciplina deve far giocare i rapporti di potere non al disopra ma nel tessuto stesso della molteplicità nel modo più discreto possibile (..): a tutto ciò rispondono strumenti di potere anonimi e coestensivi alla molteplicità che essi irreggimentano, come la sorveglianza gerarchica, la registrazione continua, il giudizio e la classificazione perenni. (..). In una parola, le discipline sono l’insieme di minuscole invenzioni tecniche che hanno permesso di accrescere la grandezza utile delle molteplicità facendo decrescere gli inconvenienti del potere che deve reggerle. (..) una tecnologia sottile e calcolata dell’assoggettamento.

ibid. pag. 240

Non posso riprendere adeguatamente la sua straordinaria e dettagliata spiegazione delle spinte economiche, politiche e sistemiche che hanno portato il modello politico-economico della “disciplina”, con gli strumenti principali della prigione e della polizia, a prendere il sopravvento e a infiltrare ogni ambito del corpo sociale.

È però importante riprendere due punti: innanzi tutto, è un modello estremamente recente.

Per noi che viviamo in una cultura dell’oggi, spesso il passato sfocia nel mitico e si tende a considerare come sempre esistito ciò che oggi è percepito come “normale” appunto. Molti dunque si stupiranno nello scoprire che la prigione, come espediente punitivo, risale all’inizio dell’1800 e che non è stata acquisita totalmente fino alla metà di quel secolo.

Dunque essa ha poco più di un secolo e mezzo di vita.

Inoltre va fatto notare, e bisogna riflettervi adeguatamente, che se le motivazioni palesi all’uso della privazione della libertà come punizione dei reati vertevano costantemente su motivi umanitari, di rieducazione e di reinserimento, essa fin dall’inizio non ha mai funzionato e fin dall’inizio questo “scacco” fu notato, denunciato e analizzato, senza che sostanziali cambiamenti avvenissero. Foucault mostra come le proposte di riforma della carcerazione nel 1945 e del 1850 fossero praticamente identiche.

Ma non è incompetenza o negligenza, dei legislatori anzi. Semplicemente, la prigione, la carcerazione, risponde, e bene!, a moventi meno palesi ma tanto radicati da rendere impossibile la sua eliminazione. La società di disciplina, usa e costruisce la “delinquenza”, come una forma tollerabile ed economica di manipolazione sociale. L’illegalismo popolare, che si organizzerebbe spontaneamente contro il dominio spietato della logica produttiva della middle class, viene invece incanalato in logiche disciplinari che dalla sanzione giovanile, costituiscono un “cursus” scivoloso e quasi inevitabile verso l’autoesclusione e la conseguente squalificazione delle proprie, legittime, aspirazioni socio-economiche, a semplice avidità da delinquente.

Ma forse dobbiamo rovesciare il problema e domandarsi a cosa serve “lo scacco della prigione”; a chi tornano utili i differenti fenomeni che la critica di continuo denuncia: mantenersi della delinquenza, induzione alla recidiva, trasformazione di colui che commette occasionalmente un’infrazione in un delinquente abituale, organizzazione di un ambiente chiuso di delinquenza.forse bisogna cercare cosa si nasconde sotto l’apparente cinismo dell’istituzione penale che, dopo aver fatto scontare le pene ai condannati, continua a seguirli con tutta una serie di marchi, e che persegue come delinquente chi si è già liberato della punizione. Non possiamo vedere qui piuttosto una conseguenza che una contraddizione?” ibid. pag. 300

Detto molto rozzamente, insomma, nell’Ottocento, questo funzionava mettendo insieme in prigione giovani od operai che scioperavano con ladri e assassini e poi impedendo a tutti loro, una volta reinseriti di trovare realmente lavoro grazie a legislazioni ostruzioniste, di modo che il passaggio dall’illegalismo di un’infrazione all’illegalità di un reato fosse quasi obbligato. Funzionava poi anche con il reclutamento nella prigione stessa di informatori, provocatori, sobillatori, manovalanza violenta per provocare scontri, etc.

Oggi, con poche differenze, il sistema permane.

La prigione è stata da sempre, l’inconfessabile segreto della società cui piace chiamarsi civile: essa ha programmato, per mantenere la tranquillità ideale al ceto industrial-finanziario e produttivo, uno scivolo sociale che portasse a mescolare gli scontenti e gli agitatori con un corpo criminale costituito e osservato attentamente, circoscritto e modellato perchè mantenesse le qualità richieste. Qualità che erano, principalmente, l’assenza di ogni possibilità di “fascinazione politica” nei confronti delle fasce popolari, come era stato per i briganti seicenteschi, spesso esaltati come ribelli e libertari. C’era insomma l’esigenza di impedire che si saldassero politicamente strati sociali abbastanza vicini nel disagio sociale, nell’europa ottocentesca borghese e industriale, sfruttatrice del lavoro e reazionaria.

Tutto questo infine espletava anche l’importante effetto di creare nell’immaginazione della popolazione “legalitaria” l’idea pericolosa che poveri e criminali fossero, per una qualche natura sfortunata, assimilabili. E se ci guardiamo intorno, oggi in Italia, non mi sembra che possiamo ridere troppo forte, con la “pressante minaccia” dei lavavetri e dei rom che ci incalza.

I crimini economici, di sfruttamento, di frode, di corruzione della classe dirigente, invece sono sempre stati trattati con gentile comprensione dalla pubblica opinione e dai tribunali stessi, costituiti per proteggerli.

La criminalizzazione del disagio sociale è l’obbiettivo e al tempo stesso lo strumento di questa creazione bizzarra: la prigione.

La forma giuridica generale che garantiva un sistema di diritti uguale in linea di principio, era sottesa da meccanismi minuziosi, quotidiani, fisici, da tutti quei sistemi di micropotere, essenzialmente inegalitari e dissimmetrici, costituiti dalle discipline. E se in modo formale, il regime rappresentativo permette che direttamente o indirettamente, con o senza sostituzioni, la volontà di tutti formi l’istanza fondamentale della sovranità, le discipline forniscono, alla base, la garanzia della sottomissione delle forze e dei corpi.”

ibid. pag. 242

Un dato importante è che la disciplina non è una cosa chiusa nella prigione. Anzi. Il motivo per cui un’anomalia socio-culturale come l’idea di “rinchiudere per correggere” sia stata assimilata con tanta prontezza risiede proprio nella diffusione pervasiva del “modello carcerario” in ogni ambito della società. Questo significa che si viene a costutuire tutta un’infinita gradazione disciplinare, che dalla scuola elementare e dagli istituti di correzione, di carità, di assistenza, passando per gli ospedali, per l’esercito, per l’infinità regolamentazione della polizia che crea l’infra-penalità anche e soprattutto là dove non ci sono leggi a proibire o sanzionare, giunge poi alla prigione come un’esito ovvio e, potremmo dire, con un gradino impercettibile in un percorso ascendente che accompagna l’individuo dalla nascita alla morte.

Il “modello carcerario” è principalmente costituito di tre elementi: la “sorveglianza gerarchica”, la “sanzione normalizzatrice”, e “l’esame”.

La sorveglianza gerarchica è costituita dalla visibilità cui siamo costretti, grazie ad un raffinato e minuzioso gioco di reciproche sorveglianze, coestensive alla struttura sociale stessa. Dal capoclasse, al bidello, all’insegnante, al preside, agli ispettori, alle suore, il prete, il poliziotto di quartiere, il sergente e tutta la catena di comando dell’esercito, il capoufficio, il professore con gli alunni, il direttore col dipendente. Questo per non parlare neppure della sorveglianza “tecnologica” di telefoni, mail, carte di credito, utenze domiciliari, tessere di fidelizzazione, iscrizioni associative, fedina penale, patente a punti, passaporto chip-integrato.

Ci siamo abituati a una visibilità impensabile fino a due secoli fa. Questo non è un prodotto della tecnologia meccanica della sorveglianza, ma della tecnologia politica, che questa sorveglianza ha inventato e assunto come suo scopo primario.

La società panoptica, la chiama Foucault.

Questo non era affatto il sogno malato degli ufficiali di polizia, ma una precisa esigenza economica della società che stava sviluppando forme di produzione industriale che venivano fortemente danneggiate dal disordine, dall’illegalismo, dalle agitazioni sindacali, dalla piccola inadempienza, dalla semplice inefficenza. Nelle fabbriche, prima che nelle prigioni, il modello carcerario si applica con una brutalità e una severità costantemente ripetuta in tutta europa. Perchè rende!

Ecco allora svilupparsi un’arte della coercizione “dolce”, senza violenza, implicita nella visibilità stessa di chi è assoggettato, un’arte fatta di campane e minutaggi precisi, di addestramento dei gesti, di sorveglianti costantemente presenti, di obblighi inediti come quelli del silenzio, della “moralità” anche in famiglia, di delazioni tra colleghi, etc.

A questa sorveglianza seguiva ovviamente un’osservazione e una valutazione comparata. Che sfociava nella “sanzione normalizzatrice”: un’altra arte che spinge all’omologazione dei gesti, delle competenze.

Definita una norma, ecco che tutto ciò che non è conforme ad essa viene “penalizzato”.

Foucault:

(..) doppio effetto, di conseguenza, di questa penalità gerarchizzante: distribuire gli allievi secondo le attitudini e la condotta, dunque secondo l’uso che se ne potrà farne quando usciranno da scuola; esercitare su di loro una pressione costante perchè si sottomettano tutti allo stesso modello, perchè siano costretti tutti insieme “alla subordinazione, alla docilità, all’attenzione negli studi, e nelle esercitazioni, all’esatta pratica dei doveri e di tutte quelle parti della disciplina”. Perchè, tutti, si rassomiglino. Insomma, l’arte di punire, nel regime del potere disciplinare, non tende all’espiazione e neppure esattamente alla repressione, ma pone in atto cinque operazioni ben distinte:

comparare gli atti e le prestazioni; differenziare gli individui in funzione di queste prestazioni, gerarchizzare in termini di valore le capacita e il “livello”; attraverso questa misura poi far giocare la costrizione verso una conformità da realizzare; tracciare infine il limite esterno in rapporto a tutte le differenze, la frontiera dell’ anormale. Penalità perpetua che passa per tutti i punti, e controlla tutti gli istanti delle istituzioni disciplinari, paragona, differenzia, gerarchizza, omogeneizza, esclude. In una parola: normalizza.”  ibid. pag. 200

Terzo infine l’esame, che combina le tecniche della sorveglianza e della normalizzazione, che stabilisce un campo perpetuo di visibilità del soggetto in cui esse potranno agire con tutta la loro forza. L’esame produce sapere sull’uomo, oggettivizza l’individuo, lo rende oggetto di conoscenza. Estrae da lui un sapere che verrà poi usato per assoggettarlo. E non è strano, in questa ottica, osservare come in tutto il novecento e sempre più oggi, sia stata esponenziale la crescita di test, questionari, valutazioni, esami, cartelle cliniche, dossier, colloqui. Sono nate intere campi di studio basati sulla massa di osservazioni statistiche, basti ricordare su tutte la sociologia e la psichiatria.

La massa di statistiche, di analisi, di saperi comparati, che questa “oggettivazione” ha creato sono altrettanti strumenti, prese, che il potere utilizza nella sua incessante modificazione del corpo sociale. Ecco che questa è la cornice di totale visibilità che finisce per giustificare una presa in carico, da parte del potere, di ogni ambito della vita del soggetto. Il cui ultimo gradino sarà poi la prigione, con i suoi scopi inconfessabili, che conclude e riattiva il ciclo.

La visibilità quasi insostenibile del monarca, si tramuta in visibilità inevitabile dei soggetti. Ed è questa inversione della visibilità nel funzionamento dell discipline che assicurerà, fin nei suoi gradi più bassi, l’esercizio del potere. Si entra nell’età dell’esame infinito e della oggettivazione costrittiva.” ibid. pag. 206

Il momento in cui si è passati da meccanismi storico-rituali di formazione dell’individualità a meccanismi scientifico-disciplinari, in cui il normale ha preso il posto dell’ancestrale e la misura ha preso il posto dello status, sostituendo così all’individualità dell’uomo memorabile quella dell’uomo calcolabile, questo momento in cui le scienze dell’uomo sono divenute possibili, è quello in cui furono poste in opera una nuova tecnologia del potere e una diversa anatomia politica del corpo. (..) L’individuo è senza dubbio l’atomo fittizio di una rappresentazione ideologica della società, ma è anche una realtà fabbricata da quella tecnologia specifica del potere che si chiama “disciplina”. Bisogna smettere di descrivere sempre gli effetti del potere in termini negativi: “esclude”, “reprime”, “respinge”, “astrae”, “maschera”, “nasconde”. In effetti il potere “produce”; produce il reale, produce campi di oggetti e rituali di verità.

L’individuo e la conoscenza che possiamo assumerne, derivano da questa produzione.

pag. 211-212

L’anatomia politica del potere è la costruzione di corpi docili, sottomessi, utili.

Guardiamoci, ognuno per se. Cerchiamo di capire quanto a fondo dentro di noi sia affondata questa manipolazione. Non vedersela dentro è il vero segnale di pericolo, l’indizio che questa è scivolata tanto in profondità da essere ormai consustanziale alla nostra stessa realtà.

(La parte seconda verterà sull’altro strumento di controllo sociale, opposto e complementare: la libertà.)

Annunci

~ di damianorama su maggio 14, 2008.

4 Risposte to “IL controllo sociale – parte prima: la normalità e la normalizzazione”

  1. ben tornato Damiano.

    questo è il classico post da stampare,
    per poter essere letto e digerito.

    Quindi stampo appena posso eppoi ti dico.

    L’argomento pare coinvolgente.

  2. wow! Sconcertante! A prima botta mi viene da dire: ok la disciplina mortifica la libera espressione individuale in ordine ad un aspetto della vita sociale che è la PRODUTTIVITÀ (non so se ho capito giusto… correggimi se sbaglio)… MA di fatto viviamo in società e la mia libertà finisce dove inizia quella dell’altro. Son d’accordo che il carcere non rieduca ma… l’alternativa? Aspetto con ansia la parte seconda!

  3. http://meddletv.wordpress.com/2008/10/28/oneplusoneattoquarto-il-controllo-sociale/

  4. Hai scritto: “La società di disciplina, usa e costruisce la “delinquenza”, come una forma tollerabile ed economica di manipolazione sociale.”
    Mi sembra un passaggio fondamentale. Un interessante approfondimento delle riflessioni foucaultiane, che mi riporta alla mente il recente film di Eastwood, “Changeling”: lo scontro del potere e dell’individuo contro di esso è facilmente declinabile nel segno di una detenzione (forzata).
    A presto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: