Numeri e demagogia: il costo delle province

rilancio un bell’articolo, molto documentato, dal Blog di Carlo Bertani

Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alla prossima generazione.”
Alcide de Gasperi

Premessa

La sorpresa giunge a metà Febbraio, quando – nello statino dello stipendio – compaiono conguagli ed addizionali: pazienza per i conguagli, ma tutte quelle addizionali, ad occhio e croce, sembra che crescano in percentuale più dello stipendio stesso. Ecco cosa leggo:

11/2010 Addizionale regionale IRPEF 45,99
11/2010 Addizionale comunale – saldo 15,29
11/2010 Addizionale comunale – acconto 6,41

Le date nella colonna a sinistra indicano che pagherò quei soldi, in busta paga, fino a Novembre del 2010: sommando le varie voci, e moltiplicando per 10 mesi, significa che i bei consiglieri regionali e comunali si prenderanno, solo da me, la bella cifra di 676,9 euro.
E le Province?
Le Province non compaiono perché s’approvvigionano mediante altre fonti: ad esempio, sulle tasse automobilistiche che paghiamo per i passaggi di proprietà. In Italia, circolano circa 30 milioni d’automezzi, il mercato dell’usato è quindi un mercato di milioni d’autoveicoli l’anno: si tratta dunque, anche lì, di un bel salasso.

Quanto ci rubano?

Uno degli assiomi imperanti, che per tanto tempo ci hanno ammansito, è che i costi della politica non siano significativi rispetto al bilancio dello Stato: passiamo per vero quanto affermano (ma è falso), però nel bilancio di una famiglia quei soldi iniziano a pesare.
Per la mia famiglia, ad esempio, rappresentano circa metà della cifra che spendiamo per il riscaldamento: poco “significativo”?!?
Oppure, se volete metterla in altro modo, significa che potrei acquistare un’utilitaria nuova ogni dieci anni. Non è niente?
Allora, quanto ci rubano?
Quanti sono i lavoratori dipendenti in Italia?

Più di 19 milioni[1]. Quanto pagheranno per le loro Regioni e per i loro Comuni? All’incirca quello che pago io (lo stipendio di un insegnante non fa certo parte della fascia “alta”, anzi…) moltiplicato per 19 milioni, ossia 12,8 miliardi di euro. Bella cifra, vero?
Poi, ci sono i pensionati: anch’essi pagano le addizionali. Non so sotto quale forma paghino i lavoratori autonomi, ma il salasso “federale” ci sarà anche per loro.
Chi più e chi meno, partecipiamo tutti alla costruzione di questo bel castello di soldi che acchiappano. Qualcuno ribatterà: già, ma ci sono anche i dipendenti, non solo i politici. Risposta: ci sono anche altre gabelle, come l’IRAP, con la quale finanziano la Sanità.
“Stornando” la Sanità dal bilancio regionale, il resto delle “competenze” tanto strombazzate dalle Regioni smagrisce, e parecchio.

Ad una domanda in merito, sulla mancata soppressione delle Province, Tremonti rispose che si possono abolire gli enti, ma non le competenze.
Risposta: le competenze possono anche essere accorpate. Di più: ciò a cui assistiamo nel campo della Pubblica Amministrazione, non è la ripartizione delle competenze, bensì la loro sovrapposizione.
Un solo esempio: prima delle varie riforme (regionale, Titolo V, ecc) la competenza sul fiume Po era di un solo ente, il Magistrato del Po. Oggi, sono 28 diverse amministrazioni, con il risultato che ogni decisione deve essere mediata e discussa in 28, le delibere rimpallano da un TAR all’altro, vanno e vengono dal Consiglio di Stato alla Magistratura ordinaria, poi al Governo…arbitrati, accordi, poi cambia amministrazione o governo e…si torna da capo.
Il vero risultato, è che il Po è il fiume più abbandonato d’Europa: chi ha viaggiato ed ha visto con i suoi occhi come vengono curati fiumi come il Reno, il Danubio, il Rodano, il Tamigi, il Guadalquivir…non potrà che confermare.

Il problema non sono dunque le competenze, bensì un esercito di gente che pensa a tutt’altro (ossia ad utilizzare quei posti come rendite di posizione), e complica ancor più le cose poiché, per ogni “complicazione”, serve la relativa tangente per sbloccarla: è un “percorso” che ogni piccolo imprenditore ben conosce.

A quanto ammonta il bottino?

Senza aver la pretesa di spaccare il capello in quattro, cercheremo di capire – almeno – qual è l’ordine di grandezza del fiume di soldi che ingoia
direttamente la politica italiana. Iniziamo col fare i conti in tasca ad uno dei tanti che s’insedieranno nei consigli regionali, quelli che vengono spesso scoperti a prender mazzette.
Quanto guadagna, ad esempio, un consigliere regionale?

Lasciamo perdere le astronomiche cifre della Regione Sicilia, ed accontentiamoci della “normalità”: poco meno che un parlamentare, circa 15.000 euro netti mensili.
Un consigliere regionale, in un quinquennio, mette da parte la bella cifra di 975.000 euro, poco meno di un milione. Poi, c’è l’indennità di fine rapporto: quanto fa?
Non è come per i comuni mortali, che accantonano pressappoco una mensilità netta per anno, ma il doppio: eh, che ci volete fare, sono “speciali” anche in questo.
Perciò, a 30.000 euro l’anno per cinque anni, aggiungeranno altri 150.000 euro, che porteranno il tutto alla considerevole cifra di 1.125.000 euro per un mandato. Una discreta vincita ad una lotteria.
Per questa ragione, non lesinano soldi per stampare quei bei volumetti in carta patinata – la pubblicità elettorale – poiché si tratta del loro biglietto per la, politicissima e riservatissima, “Lotteria Italia”. Biglietti stampati, oltretutto, a nostre spese.
A quanto ammonta il monte premi della vera Lotteria Italia, quella dei politici[2]?

Le Regioni

Le Regioni italiane sono 20: il numero dei consiglieri regionali per Regione è 60, che porta il numero dei consiglieri regionali italiani alla bella cifra di 1.200.
Lo stipendio medio di un consigliere regionale è di circa 15.000 euro mensili, ovvero 195.000 euro netti l’anno. I 1.200 consiglieri regionali ci costano quindi, annualmente, 234 milioni di euro l’anno.
Aggiungendo, annualmente, le due mensilità accantonate come liquidazione, sono altri 36 milioni di euro, che portano a 270 milioni di euro il totale.

Le Province

Le Province italiane sono 110 (alla faccia dell’eliminazione, erano 100!) e ciascuna ha un numero di consiglieri che varia da 12 a 60, secondo la popolazione.
Voliamo bassi, e consideriamo una media ragionata di 35 consiglieri per ogni Provincia: voilà, 3.850 consiglieri. Quanto guadagnano?
Un consigliere provinciale guadagna un’inezia rispetto ai fratelli maggiori: “solo” 6.300 euro. Poveracci.
Il che, per la Nazione, significa sborsare ogni mese 24.255.000 euro, che in una anno (13 mensilità) fanno altri 315 milioni di euro. Più delle Regioni? Sembrerebbe così.
Non siamo a conoscenza d’eventuali trattamenti di fine rapporto: perciò, ci asteniamo.

I Comuni

I Comuni italiani sono 8.100, ed hanno un numero di consiglieri che varia in una “forbice” che va da 12 a 60. Siccome la maggior parte sono piccoli Comuni, ipotizziamo una media ragionata di 20 consiglieri.
La “zuppa” diventa consistente, poiché si tratta di 162.000 consiglieri comunali: più dei dipendenti FIAT!
Quanto guadagnano?
Qui c’è gran disparità fra il popoloso Comune ed il piccolo centro: si va da niente a 1.700 euro, ma nei Comuni sono molto importanti i gettoni di presenza – che abbiamo tralasciato per le altre amministrazioni locali – e, voci di corridoio, affermano che 1.000 euro a cranio non siano molto distanti dalla realtà.
Perciò, 162 milioni di euro.

Il totale di queste prebende inizia a far cifra, numeri da Finanziaria, poiché siamo intorno ai 750 milioni di euro (stipendi netti: e il lordo?). Il nostro calcolo non tiene però conto di una serie di “variabili” che sono molto difficili da valutare, giacché le tengono ben nascoste nelle pieghe dei bilanci.
Ad esempio: le indennità dei Sindaci e dei Presidenti, degli assessori, di missione, i rimborsi-viaggio, spese telefoniche, “gettoni” vari, auto “blu”, ecc.
E, nemmeno, abbiamo preso in considerazione le circoscrizioni e le Comunità Montane: a quanto si giunge?
Difficile dirlo, però saremo ben oltre il miliardo di euro: ad essere molto, moooolto prudenti.
E i parlamentari?
I nostri “dipendenti” a Roma sono 630 deputati e 315 senatori, ossia 945 parlamentari, i quali percepiscono 20.600 euro mensili. Ogni mese, saranno 19.467.000, ogni anno 253 milioni di euro.

Avevamo premesso di non poter fornire cifre precise in merito, ma solo indicative, poiché sono tali e tanti i benefit che ci si perde in una palude: dai contributi per i “trombati” (ufficialmente, per riprendere l’attività lavorativa precedente la nomina), all’infinità di viaggi, telefoni, computer portatili, ecc. Un oceano.
Riflettiamo, poi, che il loro trattamento previdenziale è scandaloso in un Paese che non è in grado di concedere nemmeno 300 euro mensili ad un (vero) invalido al 100%. Maturano il diritto alla pensione in 36 mesi: ai comuni mortali non bastano 36 anni.
Se ci limitiamo a questi dati, potremmo concludere che è sì scandaloso pagare così profumatamente la classe politica (la più costosa del Pianeta), ma che le cifre in gioco – qualche miliardo di euro l’anno – sono sopportabili per il bilancio dello Stato.
L’impressione che si ricava è che siano tutte cifre sottostimate, poiché i benefit e le prebende fanno la parte del leone in questi conteggi ma, loro stessi – nonostante la strombazzata “trasparenza” – sono più bravi del miglior prestigiatore a farle sparire. Ma, aspettate: il bello, viene dopo.

Il saccheggio

La Corte dei Conti ha stimato[3] che, ogni anno, la corruzione “strappi” illegalmente agli italiani una cifra variabile fra i 50 ed i 60 miliardi di euro: sono una quantità di soldi paragonabile alle Finanziarie che più hanno succhiato il sangue agli italiani.
Non lo ha detto l’Arcivescovo di Costantinopoli, non sono illazioni di qualche centro sociale: sono cifre ufficiali, comunicate dalla più elevata autorità della Magistratura contabile, che i politici conoscono benissimo.
La cifra è coerente, oltretutto, con il famoso “teorema di Craxi”, ossia che un terzo dei trasferimenti di denaro dallo Stato alla periferia, oppure degli appalti sulle opere pubbliche, sia trasformato in tangenti. Considerando la quota di denaro che lo Stato trasferisce o spende direttamente in appalti, la cifra è coerente.
Siamo poveri, ci tocca lavorare “a singhiozzo” ed andare in pensione il giorno prima del funerale per mantenere questa pletora di delinquenti! Poiché, chi corrompe e chi si fa corrompere, è inequivocabilmente un delinquente, tale e quale a chi va a rubare negli appartamenti. Oltretutto, sono ladri che, per rubare i nostri soldi, si fanno pagare profumatamente! Ladri di Stato: non c’è miglior definizione.

Da un’inchiesta de “L’Espresso”, s’evince che – da quando Berlusconi è a Palazzo Chigi, ossia negli ultimi due anni – le spese della Presidenza del Consiglio sono “lievitate” di un miliardo di euro, solo per la Presidenza del Consiglio!
Ci sono addirittura i filmati – come quello del consigliere regionale Mirko Pennisi, che incassa 5.000 euro in un pacchetto di sigarette[4] – oppure le confessioni di un ex vicepresidente regionale (Frisullo), il quale ammette: sì, è vero, favorivo negli appalti Tarantini…ma quelle donnine “disinibite”, che mi faceva conoscere, m’inebriavano al punto di perdere la testa…
Eh, come cambiano i tempi…un paio di secoli or sono, quel “perdere la testa” non sarebbe stato soltanto metaforico.

Quando parlano di “risparmi” da attuare tagliando la spesa sociale, intervenendo sulle pensioni o sulla “flessibilità” del lavoro, raccontano quindi una storiella che solo dei gonzi possono bere: la vera idrovora di denaro pubblico sono loro. Se, ogni anno, risparmiassimo una cifra intorno ai 60-70 miliardi di euro (tangenti più stipendi), non avremmo bisogno delle “lacrime e sangue” che ad ogni Finanziaria ci propinano. E, attenzione: non stiamo parlando dei dipendenti della Pubblica Amministrazione, ma solo dei politici!
Giunge allora il dilemma di cosa fare alle elezioni.

Ma…votare chi?

L’attuale governo – il sultanato Chigi/Grazioli – è così squalificato che non merita nemmeno d’esser preso in considerazione: comprendiamo chi lo sostiene perché consente ai ceti più abbienti d’imboscare ricchezze nei paradisi fiscali e poi, con il solito trucco di Trecarte detto il Ministro dell’Economia, riportarli in Italia pagando il 5% invece del 40%. Per, alla prossima occasione, riportarli ai Caraibi e quindi farli tornare una seconda volta: una partita di giro col 5% di tasse! Per lor signori, ovvio: per noi, quasi 700 euro da pagare ogni anno in busta paga.
Non comprendiamo gli elettori (e lavoratori) di destra (ossia, chi crede nei valori sociali di destra, nei riferimenti economici di destra: De Benoist, ad esempio): riteniamo che sia giunto il giorno nel quale debbano rendersi finalmente conto che non votano una persona di destra, bensì per un affarista milanese che pensa soltanto ai suoi interessi. Un ex socialista, craxiano di ferro per giunta.

Anche le persone più abbienti, che si credono al riparo dalle crisi economiche, dovrebbe valutare con attenzione cosa sta accadendo alle finanze italiane, poiché quando arrivano i “crack”, modello Islanda o Grecia, nessuno è più al sicuro.
Forse poco attenti al bilancio dello Stato, non avranno meditato che il debito pubblico italiano viene valutato oramai attorno (per alcune fonti oltre) il 120% del PIL: siamo oramai in “zona Cesarini”, ad un passo dal baratro. La cosiddetta “strategia” di Berlusconi è semplicemente quella d’indebitare il futuro per glorificare se stesso oggi: questa è la politica economica del Governo, nient’altro.
Gioverà sapere che, nella Finanziaria per il 2010, sono stati “stornati” 3,5 miliardi di euro dal fondo INPS dei TFR per metterli alla voce della spesa corrente. Avete capito la gravità dell’atto? Non nelle spese in conto capitale per gli investimenti, alla spesa corrente! Argent de poche per affari e relative tangenti!

Sulla Lega che difende gli interessi del Nord, basti pensare che è stato rimorchiato fuori del bacino di carenaggio un vecchio bastimento, che là arrugginiva da anni: si chiamava “Cassa del Mezzogiorno”. Al prossimo varo – si dice – sarà ribattezzato “Banca del Mezzogiorno”: c’è da aggiungere qualcosa?
E, per chi l’avesse dimenticato, Umberto Bossi fu condannato esattamente come Craxi, nello stesso processo di Milano, per una tangente di 100 milioni di lire (dell’epoca) ricevuta da Montedison[5]. Celaduro, certo, per metterlo nello stoppino a noi.

Il cosiddetto “centro” di Casini – che s’allea di qua e di là – è soltanto una ruota di scorta a noleggio chilometrico: tutte le leggi, che proteggono il premier per le sue malefatte, sono prima concordate con Casini.
Il quale, non dimentichiamolo, è molto interessato agli appalti per le grandi opere: il fatto d’essere il genero del costruttore Caltagirone, non avrà importanza? E chi manovra il “rubinetto” delle grandi opere? Quello che, in Parlamento, ha bisogno dei voti di Casini per approvare le sue “mazzate” alla Costituzione. La prova? I deputati UDC, quando serve, “s’assentano” – nel miglior stile democristo, “la destra non sappia ciò che fa la sinistra” – com’è avvenuto in più occasioni.[6]

Il PD è, tuttora, un partito senza una linea politica che non sia il bieco appoggio ai potentati economici che ci stanno strangolando: si nutrono dalla stessa melma di Berlusconi. Quando furono al governo, fecero pressappoco le stesse cose: ricordiamo la riforma delle pensioni Damiano, quella che – col meccanismo dell’aumento ogni anno dell’età pensionabile – funziona come una carota appesa di fronte all’asino, per farci lavorare fino al giorno prima del funerale. Oppure dobbiamo ricordare che i CO.CO.CO li hanno inventati loro?
Inoltre, prima di parlare del PD come partito, dovrebbero trovarlo: ciò che è accaduto in Puglia insegna.
Infine, il centro-sinistra italiano ha mancato troppi “appuntamenti” con il suo elettorato quando era al governo (per sette anni!): ricordiamo che la “cedolare secca” sui redditi da capitale è tuttora del 12,5%.
E’ inutile parlare di “lavoro”, se non s’esplicita chiaramente che bisogna tassare di più i capitali e le rendite e meno il lavoro (dipendente ed autonomo).
Potranno anche rosicchiare qualche punto percentuale, ma il destino politico del partito voluto da Veltroni è soltanto un’interminabile agonia: la gente che ancora crede nei veri valori di sinistra – giustizia sociale, eguaglianza di fronte alla legge, solidarietà, protezione sociale dei più deboli, pace, ecc – non “se li fila” più.

Antonio di Pietro è bravissimo nel ruolo di capopopolo, un po’ meno quando deve scegliere le persone: non crederete mica che, aver condotto al Senato un uomo squalificato come De Gregorio, sia stato uno “sbaglio”? Di questo passo, potrete credere anche a Cappuccetto Rosso.
Non c’era proprio nessuno, nella cosiddetta “società civile”, da far sedere in Parlamento al posto di uno squalificato giornalista proveniente dalla destra, per giunta infilato in una squallida storia di finanziamenti ed assegni scoperti[7]? Conosciamo personalmente parecchie persone dell’IDV le quali – per onestà e capacità – sarebbero state degnissime per rappresentare l’IDV in Parlamento, invece “toccò” ad un ex giornalista de “Il Giornale”, per giunta già rifiutato da Forza Italia.
Oppure, vogliamo parlare della proposta di legge per depenalizzare il reato di bracconaggio (sì, il bracconaggio!), proposta dall’IDV e firmata dagli onorevoli Cimadoro, Di Giuseppe, Messina, Mura, Piffari e Rota[8]? Ma dove li va a scovare, Pietruzzo, elementi del genere da mettere in lista? Nei ruoli dei bruciabaracche?
Fuori dai denti, queste sono cose che avvengono nel sottobosco della politica, dove tutti cercano sempre d’avere “pedine di scambio” con l’uno o con l’altro: se non vi basta, chiedetevi perché s’alleò – quand’era Ministro – con il governatore del Molise del PdL – Iorio – per bloccare il primo “campo” d’aerogeneratori in mare[9]. Strana alleanza, vero? ENI ed Enel ancora ringraziano.

Le altre formazioni non meritano nemmeno d’esser prese in considerazione, perché insignificanti, compresa la litigiosa ed inconcludente sinistra “estrema” ed il penoso ambientalismo italiano, frantumato in mille sigle, in perpetua lotta fra di loro. In realtà, l’ambientalismo italiano non medita sull’ecologia e sulla tecnologia per risolvere i problemi, bensì sul manuale Cencelli.
Se vogliamo sorridere, visualizziamo personaggi come Rutelli – radicale, verde, margherito, PiDieddino, quasi UDC… – oppure un campione del salto della staccionata come Capezzone: nato l’8 Settembre, buon sangue non mente. E un tipetto un po’ fegatoso come Adornato? Cos’è, oggi, Adornato? Almeno lui, lo sa?

Fra i partiti “tradizionali”, vince la palma della comicità la Destra di Storace, la quale diffonde materiale elettorale dove afferma d’esser in lotta contro la Casta, per l’affermazione di valori come socialità, solidarietà, ecc. In fondo, scritto piccolo, c’è un “Con Berlusconi”: penosi. E appoggiano Cota, un secessionista: cosa risponde “la Patria”?

Rimane il “fenomeno Grillo” il quale – due anni or sono, al primo V-day – pareva aver l’Italia in tasca: se Beppe Grillo, all’epoca, avesse fondato un vero partito ed avesse chiesto il voto agli italiani, avrebbe ricevuto un consenso a due cifre.
Lo affermiamo perché l’elettorato “senza casa” – come conferma un sondaggio di SWG[10] – è principalmente quello giovanile (18-34 anni), il quale considera – per il 51%! – l’astensione come un mezzo di protesta. Proprio i giovani, i più informatizzati, quelli che più navigano sul web.
Invece, che fa Grillo?
Se lo mena per due anni, finché la gente capisce che ha solo a cuore i suoi interessi editoriali. Infine, presenta le sue liste in qualche circoscrizione alle elezioni regionali, tanto per dire che lo “ha fatto”: sarebbe questa l’alternativa?
Non discutiamo le proposte di Grillo – per buona parte condivisibili – ma poniamo una domanda: perché non ha fondato, allora, un partito a livello nazionale? Perché non lo fa oggi? Cosa ha guadagnato a non farlo?

La vera soluzione

Chi propaganda l’astensionismo potrebbe apparire nichilista: così non è.
Perché, piccoli partiti con buoni programmi, che si sono presentati a varie tornate elettorali, non hanno avuto successo? Poiché gli italiani sono affezionati, in modo ossessivo, ai loro carnefici: sembra quasi di rivedere, ogni giorno, “Portiere di notte”.
Blaterano, s’arrabbiano, urlano, ma il giorno delle elezioni si mettono ordinatamente in fila davanti al seggio.
Nessun nuovo partito potrà mai affermarsi, fin quando l’astensione consapevole non giungerà a cifre “bulgare”!
Soltanto la disaffezione degli italiani potrà condurre ad un nuovo percorso di speranza: da un lato renderà la partitocrazia più fragile – quando sa che la metà degli elettori non vota più né lui, e né il suo apparente avversario, il politico carrierista comincia a pensare: e se arriva un terzo incomodo? E se questo non si fa incantare dalle tangenti e dalle escort? – dall’altra renderà consapevoli le nuove, potenziali forze politiche che lo spazio per agire esiste. Altrimenti è inutile partire: già si sa di finire con lo 0, qualcosa %.

La principale obiezione, che i “votazionisti” oppongono agli “astensionisti”, è che il voto è partecipazione civile alla vita sociale, strumento mediante il quale funziona la democrazia.
Passiamo per buoni i principi (ci sarebbero parecchi “distinguo”, ma lasciamo perdere) e andiamo alla domanda: quali sono stati gli argomenti di questa (e d’altre) campagne elettorali?
Sfatiamo subito il mito che queste siano semplicemente delle elezioni locali: non si vota per eleggere il miglior Presidente di Regione, bensì per appartenenza di tipo calcistico.
Curiosa poi l’ennesima diatriba sull’aborto: si tratta di un tema da approfondire per dei programmi regionali? Significa forse che s’approssima uno scenario nel quale avremo varie “competenze” in questo settore? Forse una legge regionale che in Lazio concede l’aborto, in Calabria lo nega, a Milano solo per le milanesi, a Torino solo per le over-40, a Venezia solo per le nate sotto il segno dell’Acquario? Oppure, stiamo giocando all’eterna “partita” fra Peppone e Don Camillo? Sinceramente, ci siamo stufati.
E i programmi elettorali?

A nostro avviso, li fotocopiano da un anno all’altro: in alcuni casi, addirittura, hanno inaugurato il “refuso freudiano”. Sulla pubblicità elettorale de “La Destra”, il “mutuo sociale” è diventato il “muto sociale” (pag. 3, rigo 25, “La Destra Cuneese): sappiamo d’esser muti, senza che ce lo venga a dire Storace o chissà chi altro.
La maggior parte delle persone che si presentano alle elezioni, manco conoscono il programma, al punto d’esser perfettamente intercambiabili: è il caso della candidata Fiorella Bilancio la quale, dopo aver tappezzato Napoli con i suoi manifesti elettorali (dove appare con il logo del PdL), non ha trovato chissà quale “accordo” con i berluscones e correrà per l’UDC[11]. I manifesti sono sempre là, con il PdL in prima vista: e il programma? E’ quello dell’UDC? Sono la stessa cosa?

Lo scopo di queste campagne elettorali (destra o sinistra, poco cambia) è quello di farci dimenticare quelli che dovrebbero essere i temi di una vera campagna elettorale. Non basta, come fa Bersani, affermare che è “per il lavoro”: cosa significa? Vale quanto il “contro il cancro” di Berlusconi pronunciato a San Giovanni.
Gli argomenti per una vera campagna elettorale ci sarebbero, ma li evitano accuratamente.

Se la crisi economica finisse, e si dovesse tornare ai livelli d’anni fa, molti economisti hanno avvertito che sarebbe impossibile tornare a quei livelli d’occupazione. Perché? Poiché, almeno qui in Europa, la competitività si raggiunge mediante l’automazione e la standardizzazione dei sistemi produttivi: ergo, con meno occupati.
Difatti, anche nei periodi di “vacche grasse”, l’occupazione nelle grandi imprese cala regolarmente dell’1% l’anno circa.

Un buon argomento da campagna elettorale sarebbe quindi non la carità del misero assegno di disoccupazione (per chi riesce a prenderlo!), bensì un serio dibattito sul reddito di cittadinanza.
Signori: l’automazione libera l’uomo dal lavoro ripetitivo e dalla fatica, vogliamo prenderne atto? Oppure continueremo ad osservare i processi produttivi inforcando gli occhiali della prima rivoluzione industriale?
E la Pubblica Amministrazione – della quale si parla solo più per le “sparate” di Brunetta – non è forse quella che più dovrebbe avvalersi della rivoluzione informatica, per svolgere meglio i suoi compiti, con meno occupati?
Ancora ricordo – sarà stato il 2004 – un sorridente Berlusconi, con a fianco l’allora Ministro per l’Innovazione Stanca, che presentava la carta d’identità elettronica: dov’è finita?
Il dibattito sul reddito di cittadinanza non è più la discussione sul sesso degli Angeli: mantenere gente al lavoro quando non ce ne sarebbe bisogno, è la politica degli struzzi. Dove trovare i soldi? Evitare la rapina seriale della classe politica – 60/70 miliardi di euro l’anno – sarebbe già un buon inizio.

Da lavoro all’energia, ma senza cadere nel tranello delle sole pazzie nucleari berlusconiane: la gestione dell’energia (e delle risorse, in primis l’acqua) viene data ai privati soltanto per rinsaldare i legami fra la classe imprenditoriale (i corruttori) e quella politica (i corrotti). Dove arriva il privato, i costi lievitano ed il servizio decade: sono gli stessi utenti ad accorgersene. Come stanno, per l’acqua, a Latina?
La vera “piazza” politica di Sabato 20 Marzo a Roma – giacché poneva un problema politico, non degli slogan – era quella del corteo per la pubblicità dell’acqua e delle risorse.

Se cerchiamo argomenti “politici” ne troviamo a bizzeffe: quali scelte operare riguardo all’inurbamento della popolazione? E’ preferibile continuare ad inurbare, oppure promuovere iniziative per ripopolare il territorio, che sta diventando un dormitorio per pensionati? Già, ma le risorse (agricole, energia, materie prime, ecc) sono nel territorio – laddove la “filiera” produzione/consumo s’accorcia – e, allora, chi lucrerebbe sulle reti di distribuzione?
Da qui si giunge ai trasporti: andiamo avanti nel costruire TAV, autostrade, raddoppi, corsie, tangenziali…oppure scegliamo d’usare l’acqua (fluviale e marina) che consente d’impiegare, a parità di tonnellata trasportata, il 30% del carburante rispetto al mezzo gommato, ed il 60% rispetto alla pur “risparmiosa” ferrovia?

Ci sarebbero tantissimi argomenti dei quali parlare, e ci limitiamo per sole questioni di spazio: la forma di Stato e le autonomie, l’istruzione, l’immigrazione, la sanità…

E la socialità? Il nostro vivere quotidiano? Non dovrebbe essere un argomento da campagna elettorale?
La società italiana ha retto abbastanza bene fin quando i giovani entravano presto nel mondo del lavoro e gli anziani andavano in pensione ad un’età accettabile, diciamo fra i 50 ed i 60 anni. Perché?
Poiché gli anziani sono anche nonni, e quindi sollevano i genitori dalla frenesia asilo/lavoro/asilo, vissuta come una corsa ad ostacoli. Inoltre, i pensionati ancora in forze non hanno mai vissuto con le mani in mano: quante case hanno ristrutturato? Quanti orti hanno coltivato? In definitiva, quanta ricchezza hanno prodotto? Le famiglie italiane hanno retto per tanto tempo grazie a questo equilibrio: distruggerlo, è da folli.

E proprio qui viene il punto che più fa male.
La realtà è che questa classe politica non desidera affatto promuovere la prosperità degli italiani, bensì proprio l’opposto, poiché questi sono i desideri delle banche.
La questione del denaro e delle banche non si limita alla sola proprietà pubblica della Banca d’Italia: il problema più scottante è che, grazie alla sempre minor ricchezza a disposizione, gli italiani sono costretti, sempre di più, a vivere “a debito”, ossia ad acquistare a rate oppure “in rosso”.
Comprare a debito è nettare per le orecchie dei banchieri i quali, su ogni piccola transazione a debito, incassano la loro tangente. Difatti, le retribuzioni sono scese – negli ultimi 20 anni – di circa il 30% in termini reali, e l’ammontare degli acquisti “a debito” è parallelamente cresciuto.

Conclusioni

Dopo queste riflessioni, ha ancora senso recarsi in un seggio, per far finta di credere che lì decideremo il nostro futuro?
Perciò, per una volta, cerchiamo d’esser europei: facciamo nostro l’esempio francese! Hanno votato contro la trappola della Costituzione Europea: l’Europa ha risposto con il Trattato di Lisbona e con Sarkozy.
I francesi, dapprima, ci sono cascati con la falsa contrapposizione fra gollisti e socialisti, ed oggi si sono stufati: come potrà, domani la Francia, far finta che non sia successo niente? Con il 60% d’astensione?!? Dov’è finita la democrazia in Francia, in quel 40% che ancora appoggia le élites di governo? Ah…la Francia…ha ottime tradizioni in tal senso: impariamo.
Al signor Bruni – per quel che si sa in giro – girano talmente i cosiddetti che, se lo buttassero in mare, finirebbe direttamente in Corsica come un aliscafo: e, attenzione, non per la scontata vittoria dei socialisti, ma per aver preso coscienza che l’elettorato francese è diventato fluido e non più controllabile. Insomma, i suoi padroni potrebbero chiedergli conto del guaio che sta combinando: il più grave, per le élites economiche che ci controllano.

In buona sostanza, siamo come i Nativi Americani che venivano privati delle loro terre, del loro modo di vivere e della loro cultura. E, nelle memorie dei filosofi (sì, filosofi!) di quella civiltà dimenticata – pensate o scritte oramai 150 anni fa – troviamo tutte le radici del nostro disgusto, del nostro fallimento come cultura egemone del Pianeta.
Quei poveretti – con la scusa della “civiltà” che avanzava – dovevano fuggire cercando d’indovinare, prima, quale direzione avrebbero preso le famose “Giacche Blu”. Per salvare la pelle.

Nel teatrino della democrazia addomesticata, invece, ci consentono di scegliere: preferisci essere inseguito da Capelli Lunghi Custer oppure da Cappotto d’Orso Miles? Scegli, suvvia: facci sapere se preferisci essere massacrato dalla cavalleria dell’uno o dell’altro.
Per quel che mi riguarda, inizierò col risparmiare la benzina che consumerei recandomi al seggio: rimarrò ad osservare se il sole, che sale ogni giorno più in alto nel cielo, inonderà il mio studio di luce, oppure se dovrò scendere in strada per incontrarlo.


Un’attività senz’altro più onorevole, piuttosto che andare a scegliere i miei futuri carnefici.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.


[1] Fonte: http://www.ancot.it/cms/index.php?option=com_docman&task=doc_download&gid=1065
[2] Tutte le cifre sono state tratte da Wikipedia.
[3] Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2009/06/corte-conti-corruzione-rendiconto-generale-stato.shtml
[4] Fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/p/italia/2010/02/13/AMlplQND-beccato_consigliere_mazzetta.shtml
[5] Fonte: http://indiano1983.blogspot.com/2008/05/parlamento-pulito-umberto-bossi.html
[6] Soltanto alcune “assenze strategiche” dell’UDC (ci sarebbe da riempire una pagina di collegamenti): http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2344728&yy=2009&mm=09&dd=30&title=camera_pd_e_udc_assenti_salvan e http://ilnichilista.wordpress.com/2010/03/16/il-messaggio-devastante-delludc/
[7] Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Attualita%20ed%20Esteri/Attualita/2006/12/011206gatti_degregorio.shtml?uuid=06807776-810f-11db-88d7-00000e251029&DocRulesView=Libero
[8] Vedi: http://magazine.quotidianonet.ilsole24ore.com/ecquo/ecquo/2010/02/12/proposta-di-legge-idv-per-depenalizzare-il-bracconaggio-insorgono-gli-ambientalisti/
[9] Vedi: http://carlobertani.blogspot.com/2009/03/venti-nucleari.html
[10] Vedi: http://www.italiafutura.it/dettaglio/110405/gli_italiani_e_l_astensione_motivata
[11] Vedi: http://www.napolinord.info/index.php?option=com_content&task=view&id=3954&Itemid=2

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~ di damianorama su giugno 8, 2010.

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